Maurizio Ferrandi

Alto Adige - Storia e storie

1919: parla Filippo Turati

Il primo grande dibattito imperniato sulla sorte dell'Alto Adige si svolse alla camera nell'agosto del 1920, quando fu discusso e approvato, dopo non lieve travaglio, il trattato di pace con la conseguente annessione delle nuove province. Anche in precedenza però la questione delle minoranze nazionali che l'esito della guerra aveva portato entro i nuovi confini d'Italia, aveva già occupato le cronache parlamentari. Tra i vari interventi ci pare esemplare per dimostrare quanto preoccupasse le forze progressiste italiane questo stato di cose, il discorso pronunziato alla camera il 28 settembre del 1919 da Filippo Turati uno

dei maggiori esponenti del socialismo storico italiano. Un discorso di critica corrosiva e di condanna senza attenuanti della politica nazionalista e guerrafondaia, che aveva precipitato l'Italia nel dramma del primo conflitto mondiale e che ora la condannava a una pericolosa frustrazione di fronte alle difficoltà per ottenere, al tavolo della pace, il bottino imperialistico chiesto agli alleati. Turati, parla a pochi giorni dalla cosiddetta impresa di Fiume con la quale D'Annunzio aveva occupato militarmente la città dalmata, in spregio agli accordi stipulati al tavolo della pace. È facile per il leader socialista dimostrare come i valori dell'italianità e dell'autodeterminazione, invocati per giustificare l'annessione di Fiume, fossero stati negati alle popolazioni tedesche dell'alto Adige e slave della Venezia Giulia e dell'Istria.

"Per Fiume - afferma Turati - era la stirpe la storia la lingua e soprattutto l'autodecisione; dimenticando che la storia la stirpe la lingua erano state smentite ed irrise in tutte le pagine dei trattati, e che, nei paesi a razze composita, accampare l'autodecisione di un nucleo isolato è l'assurdo per definizione.

Ma poi, quando si tratta degli sloveni dell'Istria e dei tedeschi del Tirolo, allora spariscono l'autodecisione, la stirpe, la razza, la storia. Si chiudono in un cassetto, se ne apre un altro, se ne cava fuori un altro fantoccetto: la difesa strategica che è anche, secondo il mio modesto parere, uno sproposito marchiano.”

Poche frasi, ma dentro c'è tutto il senso di un'opposizione che fu tenace, quanto purtroppo destinata a essere perdente verso quella logica nazionalistica che rovesciava a piacere principi e dogmi, in nome di un cosiddetto superiore interesse nazionale.

 

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