Maurizio Ferrandi

Alto Adige - Storia e storie

La Ronda

La ronda

 

"Lenta va in giro la ronda

guidata dal fioco baglior dei fanali…”

 

I versi di una vecchia canzone degli anni 30 tornano in mente, di quando in quando, nel sentir parlare ancora di ronde più o meno padane, da sguinzagliare nottetempo per garantire la sicurezza dei cittadini di questo o quel paese. Così, di pensiero in pensiero, torna alla mente il tempo non lontano nel quale per le strade di Bolzano e gli altri centri dall'Alto Adige, le ronde passavano sul serio.

Potevi incontrarle verso sera: tre aitanti giovanotti in uniforme che camminavano a passo svelto, infilandosi di quando in quando in un bar o in una pizzeria, ma solo per controllare che non ci fossero soldatini che avevano violato la consegna del rientro alla fine della libera uscita. Erano, queste ronde, uno dei tanti segni esteriori di un tempo recente in cui Bolzano e il resto della provincia ospitavano un numero incredibilmente alto di militari. Un tempo finito da poco, ma del quale si è già persa in un certo senso la memoria. A farla ritornare in maniera festosa e coinvolgente, la grande adunata degli alpini del maggio 2012 che ha riportato a Bolzano per qualche giorno tanti di coloro che lì avevano speso, in grigioverde, un anno della loro gioventù.

Bolzano era una città di caserme. I militari in un modo o nell'altro erano protagonisti della vita cittadina in tanti modi e in tante occasioni. Li avevi sempre intorno, quando passavano sui loro camion diretti a un'esercitazione o di ritorno da un campo estivo, quando scendevano o salivano a frotte dai treni utilizzati per le brevi licenze, ma c'era un momento del giorno nel quale la città si riempiva letteralmente della loro presenza. Alle cinque del pomeriggio, minuto più minuto meno, iniziava la migrazione dalle caserme della periferia verso il centro. Erano le poche ore di libera uscita, sfruttate per respirare un'aria diversa da quella della camerata, per integrare il rancio con una pizza o una fetta di torta, per far la fila all'ufficio dei telefoni in attesa di poter scambiare quattro parole con la mamma e con la fidanzata lontane. Alla domenica qualche ora in più per un bagno in piscina o un film nei cinema, che praticavano proprio per i militari tariffa ridotta. Per due o tre ore la città era piena di ragazzi in divisa e lo ricorderanno bene le bolzanine che allora erano ragazze e che avevano dovuto far l'abitudine ai complimenti e agli apprezzamenti che quei gruppi di ragazzi lanciavano a grappoli. Poi, a una certa ora, le strade si svuotavano e gli ultimi ritardatari correvano per evitare la ronda e la conseguente punizione.

Facevano allegria e costituivano una clientela sicura è affezionata per tutta una serie di bar, ristorantini e negozi nei quali spendevano la modesta paga che ricevevano e qualche soldo arrivato da casa. Vestivano solo l'uniforme e, al cambio di stagione, scontavano sulla loro pelle le regole inflessibili della burocrazia militare. Poteva capitare di vederli soffrire il caldo, già infagottati negli abiti invernali, in un autunno particolarmente mite o battere i denti con la camiciola estiva in uno di quei giorni di primavera, gelidi come solo Bolzano sa offrirne.

 

Bisogna ricordarsi che non furono anni facili, quelli, né per chi arrivava in Alto Adige a fare la naja, né per la terra che li accoglieva. Anche gli alpini di leva furono coinvolti in quella che fu chiamata la “guerra dei tralicci” e fecero la loro parte presidiando di notte i possibili obiettivi dell'irredentismo sud tirolese in un clima di grande tensione, molta paura, allarmi a ripetizione e parecchi incidenti. Quando il clima sembrò rasserenarsi, gli alpini tornarono nelle caserme, ma la provincia di Bolzano continuava a restare un posto diverso dagli altri, con un confine da presidiare e un fronte interno da tenere sotto controllo.

Capitava così che anche le celebrazioni militari che altrove erano occasioni di festa diventassero a Bolzano motivo di polemica e di divisione e di qualche prova di forza.

Per noi ragazzini, che nulla sapevamo di politica, erano un avvenimento da aspettare con trepidazione. Le parate militari in occasione della festa della Repubblica del 2 giugno si svolgevano allora non solo a Roma come avviene adesso, ma anche in alcune altre città scelte con cura: di solito i militari erano mandati a sfilare a Trieste e Bolzano per dare un segno di forza e di presenza sui due confini più tormentati del paese.

Capivamo che la sfilata ci sarebbe stata quando, a fine maggio, vedevamo i primi soldati che iniziavano a sistemare le tribune lungo l'asse di Corso Italia. Poi l’affollarsi di reparti e di mezzi che alla fine andavano a occupare tutte le strade adiacenti. Lunghe file di carri armati, di blindati, mezzi speciali. Noi in mezzo, a dar corpo per un pomeriggio a tutte le fantasie guerresche maturate sui fumetti di guerra che costituivano parte eccellente delle nostre letture. Disdegnavamo solo i muli, allineati sulla strada, tranquilli e pazienti, cui non riconoscevamo un particolare valore nella nostra guerra immaginaria. Assieme ai muli, durante l’ultima notte prima della sfilata, c’erano in strada tutti i soldati che non avevano avuto in sorte di potersi riposare su un letto in caserma. Anche loro aspettavano di sfilare, ma come una liberazione da una faticaccia immane.

 

La fortuna di avere un balcone che si affacciava sul Corso, mi rendeva spettatore privilegiato e invidiato della lunga sfilata. Tante penne nere di alpini e artiglieri, ma a variare la monotonia del grigioverde arrivavano a un tratto le divise bianche dei marinai e quella azzurre degli aviatori. Il rumore sul porfido del selciato annunciava i cingoli dei carri armati. Fantasticavamo sulla gittata dei lanciamissili, vecchi residuati bellici americani e aspettavamo come un segnale che tutto stava finendo, il passaggio nel cielo degli aerei a reazione. Il giorno dopo iniziava lo smontaggio delle tribune, mentre gli operai del Comune sistemavano i cubetti di porfido uniche vittime, nell’occasione, dei veicoli cingolati.

Per noi ragazzi era solo divertimento e ricordo bene la mia delusione nell'anno in cui all'ultimo minuto la parata dovette essere rinviata. Era morto il Papa. Non immaginavamo quindi che tutto quello spiegamento di forze avesse uno scopo diverso da quello di farci divertire per un paio di giorni. L'avremmo capito più tardi così come ci sarebbe sorto qualche dubbio nel vedere tutti i giorni due o tre mezzi blindati percorrere senza motivo apparente le strade della città per andare dalle caserme di Oltrisarco a quelle di Gries.

Era un pendolarismo che secondo qualche nostro compagno, che si diceva ben informato essendo figlio di militari, era dovuto al rischio che il nemico (ma quale poi?) facesse saltare i ponti sull'Isarco durante la notte. La cosa ci sembrò subito assurda, ma forse non più del motivo reale dovuto probabilmente alla bella pensata di qualche responsabile dell'ordine pubblico, che riteneva in questo modo di far meglio risaltare le potenzialità offensive e difensive delle sue truppe.

Esibizione un po' meno muscolari quelle che invece avvenivano ogni sabato mattina al mercato della frutta che si teneva allora proprio all'ombra del grande palazzo che ospita il Comando del quarto corpo d'armata alpino. Tra i banchi si aggiravano eleganti signore seguite ciascuna da un alpino incaricato di portare le borse della spesa. Era il cosiddetto "attendente", di spettanza per ogni ufficiale superiore e che fungeva in pratica da cameriere, pulendo pavimenti lavando i piatti e servendo il tè in guanti bianchi quando la signora generalessa o colonnella riceveva le amiche. Non che all'alpino in questione sfuggisse che il ruolo interpretato era abbastanza ridicolo, con le conseguenti prese in giro dei commilitoni, ma era poco faticoso, si dormiva al caldo, si evitavano le lunghe marce e la difficile convivenza con i muli nelle casermette di confine. Bastava e avanzava per considerarla una sinecura e a prendere in giro i privilegiati erano spesso quelli che avrebbero voluto essere al loro posto. La cosa andò avanti per qualche tempo ma poi, più per ragioni d’immagine che altro, il tempo degli attendenti finì per sempre e il sabato le signore ufficialesse dovettero imparare a portarsi le borse da sole.

Passavano gli anni le parecchie cose cambiavano. Anche in caserma soffiava il vento della contestazione con grande angoscia delle forze di polizia che giocavano a nascondino, all'ora della libera uscita, con gli attivisti dell'ultrasinistra che distribuivano ai ragazzi in divisa volantini che parlavano di ribellione. Ogni tanto quei fogli ricordavano ai soldati che troppo spesso l'incapacità e l'imprevidenza dei superiori avevano condotto alla morte, sotto le valanghe, incolpevoli ragazzi di leva. Fu proprio da quelle tragedie che è nata l'organizzazione di un sistema di prevenzione delle valanghe che funziona ancor oggi.

Passarono anche i tempi della contestazione e arrivarono quelli del progressivo smantellamento delle unità militari. Delle cinque divisioni alpine ne sono rimaste solo tre. Molte caserme non esistono più e molte altre sono deserte. La leva è stata abolita e l'uscita dalle caserme al pomeriggio non è poi tanto diversa da quella da un normale posto di lavoro: uomini e donne quasi tutti in borghese, in macchina o in moto, se ne vanno a casa al termine di una giornata di fatiche. Sono professionisti, ben pagati quando prestano servizio all'estero, per i quali l'esercito non è più la parentesi di un anno in una vita di lavoro o di studio, ma un impegno scelto e voluto. La città li accoglie ma senza quasi accorgersi della loro presenza. Occorre un fatto eccezionale come la grande adunata alpina per ricordarsi ancora di quando Bolzano era una città in grigioverde, di quando alla sera passava la ronda.