Maurizio Ferrandi

Alto Adige - Storia e storie

Noi di Bolzano

Noi di Bolzano

 

“Noi di Bolzano siamo i vaghi fior

a te innalziamo un cantico d'amor”.

 

 

Le strofe di quest'inno, composto in tempi ormai remoti e probabilmente dimenticato da tutti coloro che non hanno frequentato le elementari negli anni ‘60, mi tornano alla mente mentre passo per via Diaz e osservo da fuori l'atrio, che al tempo delle elementari Longon mi sembrava enorme e che oggi trovo abbastanza angusto. Era in quello spazio, l’unico disponibile probabilmente, che ci ammassavamo nelle occasioni importanti per cantare, in onore di qualche autorità scolastica in visita, l'Inno di Mameli e quello a Bolzano della quale dovevamo essere i "vaghi fior".

Penso con un filo di malinconia che quell'atrio e quelle classi sono destinati a breve ad esser demoliti. Consola indubbiamente sapere che al loro posto sorgerà una grande biblioteca, una specie di tempio del sapere, interetnico ma non troppo. Della grande scuola resteranno solo la facciata per un omaggio al principio della tutela degli insiemi e il ricordo diRuralschoolchildrenSanAugustineCountyTexasLOC id 2179121221 PD chi ci ha passato anni importanti della propria vita. Qualcuno è riuscito addirittura nell'impresa di svolgere tutto il suo corso di studi senza mai abbandonare l’isolato. Dall'asilo con entrata da via Combattenti, alle elementari Longon, alle medie Archimede e infine all'istituto magistrale Pascoli.

Non posso vantare un simile record. Esentato, non saprei dire bene perché, dalla frequenza dell'asilo, entrai a cinque anni e quindi con la qualifica inquietante di "uditore" nella scuola elementare. Non ho un brutto ricordo di quegli anni ma, a posteriori, mi sono convinto che sarebbero potuti essere migliori, se non avessimo dovuto scontrarci con due forme di ristrettezza: una fisica e l'altra mentale.

A Bolzano in quegli anni c'erano poche scuole e pochissime aule. Nel secondo dopoguerra la città aveva visto vertiginosamente aumentare il numero dei suoi abitanti, ma il patrimonio scolastico era rimasto pressappoco quello dell'epoca fascista. Risultato inevitabile: bisognava stipare un numero incredibile di bambini nelle poche strutture disponibili. Erano gli anni dei doppi turni. Se eri fortunato ti toccava andare a scuola di pomeriggio il martedì, il mercoledì e il giovedì e potevi usare le aule di mattina il venerdì , il sabato e il lunedì. Se capitavi nella classe sbagliata, dovevi andare a scuola anche sabato pomeriggio fino alle sei di sera. La settimana corta era un concetto assolutamente sconosciuto. In qualche edificio le aule erano usate anche dopo cena per i corsi serali riservate ai lavoratori che cercavano di portare a casa una licenza elementare. Non si andava poi per il sottile nel definire il concetto di agibilità delle classi. Passavano per buone anche quelle in seminterrato, dove occorreva tenere la luce accesa anche nelle giornate di sole.

Alla ristrettezza dei mezzi, poche classi e dotazione didattica ridotta al minimo indispensabile, si aggiungeva quella mentale delle autorità scolastiche di quel tempo. La loro ossessione fondamentale era quella di evitare in qualsiasi modo che maschi e femmine potessero entrare in contatto anche solo per un attimo, anche solo occasionalmente.

Le classi ovviamente erano formate da soli maschi o da sole femmine, ma non bastava. L'entrata a scuola avveniva da porte diverse in orari lievemente sfasati e s’imponeva la massima cura nell'evitare che i due sessi potessero entrare in contatto nei corridoi o lungo le scale. Una forma di fobia che meriterebbe uno studio psicologico, ma che aveva come conseguenza non secondaria il fatto che venivano create classi numerose e di soli maschi. Allora non potevo rendermene conto, ma poi ho capito il perché delle forme di disciplina estreme che i nostri poveri insegnanti erano costretti ad adottare. Con trenta ragazzini scatenati non c'era altra soluzione. Alle elementari non facevamo una pausa degna di tal nome. Si camminava in fila per due lungo i corridoi in assoluto silenzio o si consumava la propria merenda seduti in classe sempre senza poter profferire parola. Il gioco più in voga che si potesse praticare in classe, l'unico anzi che vi era permesso, era il gioco del silenzio, che consisteva nel diritto di chi stava zitto meglio degli altri a poter indicare il proprio successore in questo ruolo.

Gli insegnanti, i miei erano sempre anziani, trovavano inaudita anche solo l'ipotesi di lasciarci correre in cortile o di farci fare una qualsiasi forma di esercizio fisico.

Potevamo comunque trovare un ampio risarcimento prima o dopo la scuola, a seconda del turno che ci toccava. Bolzano allora era una città molto ma molto più accogliente per dei ragazzini di quanto non lo sia oggi. C'era innanzitutto la campagna, che si spingeva fra le case e c'erano i nostri cortili attraversati da ruscelli dove potevamo giocare per ore e ore senza sapere nemmeno cosa fosse una macchina parcheggiata. Nei primi anni il circo equestre faceva tappa a pochi metri da casa mia e mi addormentavo cullato dai ruggiti delle tigri e dai barriti degli elefanti.

Non dovevamo andare lontano per trovare forme di divertimento che oggi esigono attività super organizzate. Nevicava di più e faceva molto più freddo. La neve restava per settimane e bastava una pendenza minima come quella delle montagnole ai giardini di piazza Mazzini o di piazza della Vittoria perché si potessero passare interi pomeriggi a scendere o salire con le slitte. Al Parco Petrarca c'era un piccolo zoo, non ancora caduto sotto l'anatema degli animalisti, che ci forniva la possibilità di osservare a lungo orsi, aquile, pavoni e altri animaletti di natura più domestica.

E poi...

Poi c'era il greto del Talvera.

Deve essere chiaro innanzitutto che sono un ardente fautore del sistema di prati, impianti sportivi, zone ricreative che abbraccia il greto del torrente che scende dalla Val Sarentina e poi dell'Isarco dal ponte di Sant’Antonio sin quasi a ponte Resia. È forse la cosa più bella realizzata in città nel secondo dopoguerra, un tesoro della cui importanza i bolzanini si rendono conto solo quando sperimentano la mancanza di spazi verdi utilizzabili liberamente in altre città e che non finisce mai di destare l'ammirata meraviglia di coloro che a Bolzano vengono in visita.

I ragazzini che giocano a calcio o che fanno volare gli aquiloni sui prati non possono sapere però che cosa c'era prima in quel posto ed era un mondo molto meno bello, poco utilizzabile per gli sport di squadra o per la passeggiata quotidiana delle mamme con la carrozzina, ma era un mondo di mistero e di avventure per noi, che divenuti un po' più grandicelli, vi muovevano i primi emozionati passi. Era un mondo fatto di isole sabbiose, di cespugli, di alberelli, destinati ad essere travolti dalla prima piena primaverile, ma che nei mesi estivi formavano dei piccoli boschi che nascondevano stagni melmosi e pietraie accidentate. Per noi era la Malesia di Sandokan, la Tortuga del Corsaro Nero, lTheTeaserConeyIslandinLunaParkLOC id 2163481786 PD'Africa misteriosa. Ci entravi con un po' di batticuore perché il luogo non era del tutto disabitato. Ci vivevano, quando potevano, quelli che oggi con dizione politicamente corretta vengono definiti i senza fissa dimora e che allora chiamavamo semplicemente barboni. Costruivano, tra le tra le canne delle baracche di legno e cartone. Li spiavamo da lontano, ma non abbastanza da esser scacciati, all'occorrenza, con il lancio di qualche sasso e molti insulti. Dentro il greto si potevano fare molte altre cose: esplorarne gli anfratti sempre mutevoli ad ogni piena del fiume, azzardare qualche bagno nell'acqua riscaldata delle pozze, intagliare cerbottane o bastoni utilizzando le canne ed infine concederci il gioco più divertente e più odiato dalle nostre madri: una bella battaglia a palle di fango, due squadre schierate ai due lati di una pozza e poi a casa a riempire di terra nera la vasca da bagno.

 Il greto d'estate, la neve e il ghiaccio d'inverno. Nelle nostre stagioni di bambini a Bolzano la primavera era però quella che sicuramente ci riservava,le emozioni più attese. Succedeva tutto tra maggio e giugno. A casa, dai fratelli più grandi o dal papà lettore di un giornale di colore rosa, venivamo a sapere che ancora una volta in città sarebbe approdato in giro d'Italia. A Bolzano succedeva spesso grazie alla vicinanza con le grandi cime dolomitiche, dove si decideva il destino della corsa a tappe. La carovana approdava sulla pista in terra rossa dello stadio di calcio, ma il nostro vero divertimento, più ancora che assistere alla volata finale ,era quello di far la posta ai campioni davanti agli alberghi dove alloggiavano.

L'obiettivo ambito erano delle cartoline con la fotografia del ciclista sulle quali, a esser fortunati, potevi avere l'autografo a penna. Si stava in agguato quasi sino a sera e il giorno dopo a scuola quando il Giro era già ripartito, ognuno poteva esporre con orgoglio le sue conquiste. Il mio colpo di fortuna fu di tornare in treno da una visita a lontani parenti e di trovarmi nello stesso vagone con la nazionale italiana di ciclismo, diretta verso una gara mondiale in Germania. Due ore a mia disposizione per fare incetta di cartoline e gli autografi.

Dopo le biciclette, le auto. Dopo la metà di giugno, proprio in coincidenza con gli ultimi giorni di scuola, l'aria si riempiva del rumore assordante dei motori compressi e preparati e dell'odore di olio e carburante delle vetture da corsa. Allora la gara della Mendola partiva da piazza Mazzini ,con un percorso cittadino che poi fu abolito. In piazza, nei due giorni precedenti la domenica di gara si facevano anche le verifiche tecniche. Potevamo circolare tranquillamente e  gettare uno sguardo ammirato dentro il cofano delle vetture più famose, dei prototipi, delle monoposto, uguali, ci pareva, a quelle che vedevamo correre in Formula 1. Quei piloti però, troppo compresi nel loro ruolo di campioni, non ci prestavano neppure attenzione. Bisognava andare allora dai conduttori delle serie inferiori, da quelli che avevano preparato in proprio la 600 Abarth che correva con il cofano posteriore sollevato. Ubriachi di passione, si prendevano la briga di raccontare anche a noi ragazzini ogni particolare tecnico della loro macchina. Ce ne andavamo dopo ore col naso pieno di quell'odore particolare, le orecchie frastornate dal rombo continuo e la sicurezza che alla domenica avremmo rivisto anche quelle auto, per un attimo brevissimo, su un tornante o ad una curva in mezzo al bosco.

Rombavano anche i motori dei carri armati degli autoblindo dei lanciamissili che sfilavano, ed eravamo sempre i primi di giugno, in occasione della festa della Repubblica. Ne parlo in un altro di questi fogli di diario e se rievoco quei giorni è solo perché nel giro di qualche settimana le emozioni erano davvero tante per noi ragazzini, che nel frattempo stavamo finendo le scuole elementari e ci apprestavamo al primo importante passaggio della nostra carriera di studenti.

Senza che noi lo sapessimo, a Roma qualcuno aveva deciso di varare e di scaricare sulle nostre gracili spalle la più importante riforma della scuola italiana, dopo quella del ministro Gentile d'epoca fascista, con l’istituzione della scuola media unica e l’abolizione degli avviamenti ,che sino a quel momento avevano instradato verso le professioni manuali tutti i bambini che dopo la quinta elementare non volevano o non potevano continuare a studiare. Ed ancora l’obbligo scolastico prolungato sino ai 14 anni. Fu una sorta di rivoluzione e la mia classe ci capitò dentro il secondo anno di applicazione. Era un caos totale, con una riforma onesta e doverosa, calata però, come sempre avviene in Italia, in una realtà assolutamente impreparata ad accoglierla. Va detto però che, riforma o non riforma, le autorità scolastiche di Bolzano non rinunciavano per niente alla loro ossessione sessuofobica. E quindi, anche alle medie, classi unisex numerosissime, con i conseguenti problemi, aggravati dal fatto che sui banchi erano stati riportati, volenti o nolenti, diversi ragazzotti che dopo aver abbandonato la scuola e iniziato a lavorare nei cantieri e nelle officine si trovavano nella condizione di dover osservare le nuove regole sull'obbligo scolastico. Con quali conseguenze su disciplina e didattica è facile immaginare. Facevamo comunque la conoscenza con materie nuove e c’era perfino concesso per la prima volta di trascorrere qualche ora in palestra e di pasticciare con i saldatori e con la colla del laboratorio di applicazioni tecniche, mentre le nostre compagne, in aule lontane e separate, si dilettavano a cucire e a ricamare centrini.

E intanto la città cambiava. La campagna tra le case spariva, i cortili erano sempre più occupati dal parcheggio delle macchine e occorreva star bene attenti prima di attraversare una strada. Rimaneva il greto del Talvera, dove due volte l’anno, in primavera e a settembre venivano ad accamparsi i carrozzoni del Luna Park. Ci si andava anche solo per guardare, anche se i nostri magri risparmi non ci consentivano che qualche giro sull’autoscontro. Ad attirarci le luci, i rumori ed anche la possibilità, va confessato ,di scontrarci in pista con le macchine guidate dalle ragazze con le quali, dopo anni e anni di segregazione totale ,avevamo ovvie difficoltà a rapportarci in modo più civile.

Ricordo con precisione l'ultimo settembre di quell'epoca. Era il 1967. Qualche giorno dopo  saremmo andati alle scuole sFebruaryMarch2011FrontLinesPhotoContestSecondPlace id 5856251119 PDuperiori. C’era come sempre in quel periodo dell’anno il Luna Park e dietro i carrozzoni la foresta di canne e di arbusti  che aveva ospitato le nostre avventure. Spendevamo i nostri ultimi giorni di vacanza senza molto costrutto, senza interessarci troppo di quello che ci aspettava, di quello che succedeva nel nostro piccolo mondo o in quello più grande del quale avevamo poche e confuse nozioni. Non sospettavamo ad esempio che tra qualche mese le scavatrici e i camion dell'esercito avrebbero iniziato a far piazza pulita di quel greto sabbioso e sassoso, di quei cespugli e di quei canneti che avevano ospitato le nostre avventure infantili. Cominciava il lungo lavoro di costruzione dei campi sportivi e dei prati sul Talvera.

 

Sarebbe forse bastata anche un po’ di attenzione ai pur prudenti notiziari in bianco e nero della televisione di allora, per intuire che qualcosa stava succedendo nelle università americane, un virus di contestazione e di rivolta che avrebbe ben presto varcato l'Atlantico. Ancora pochi giorni e dalla Bolivia sarebbe arrivata la notizia dell'uccisione di un certo Ernesto Che Guevara.

 

Noi compravamo i libri e i vocabolari per il liceo e forse pensavamo che l'unico cambiamento sarebbe stato quello di non essere più in una classe di soli maschi, ma erano molte di più le cose che stavano per cambiare nella nostra vita.

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