Maurizio Ferrandi

Alto Adige - Storia e storie

La chiusura

La chiusura

 

 

La conclusione ufficiale della lunghissima vicenda politico diplomatica che passa sotto il nome di vertenza altoatesina, avvenne un mattino di giugno del 1992 in una saletta del palazzo di vetro dell'Onu, a New York. Due ambasciatori, quello italiano e quello austriaco, consegnarono nelle mani del segretario generale dell'Onu Butros Ghali i documenti che attestavano essersi compiuti tutti i passaggi previsti da un calendario operativo stabilito vent'anni prima. Terminava così una controversia avviata dagli austriaci davanti alle Nazioni Unite all'inizio degli anni 60. Le poche immagini dell'avvenimento ci rimandano i sorrisi soddisfatti dei protagonisti, con il Segretario Generale delle Nazioni Unite sicuramente orgoglioso di poter una volta tanto rimarcare l'importanza della sua organizzazione per la soluzione dei conflitti internazionali. Difficile credere, tuttavia, che sia lui sia i suoi interlocutori conoscessero così a fondo la materia specifica, da poter immaginare quali e quante tensioni, polemiche, conflitti, atti di violenza avevano accompagnato nei vent'anni precedenti, l'interminabile trattativa per l'attuazione pratica della nuova autonomia altoatesina.450px-UN building

Se però la famosa dichiarazione liberatoria fu firmata nel 1992, la sensazione che finalmente la trattativa trilaterale tra Roma, Vienna e Bolzano si avviasse verso una conclusione, si ebbe quasi quattro anni prima, nell'ottobre del 1988.

Sino a quel momento l'impressione era quella di un processo politico ormai quasi definitivamente bloccato, in un groviglio inestricabile di veti contrapposti, di ostacoli politici, di diffidenze e di incapacità, con l'incessante sottofondo di una violenza terroristica che, se non raggiunse mai i livelli degli anni '60, teneva comunque sotto scacco la politica e la società altoatesine.

Il fatto è che, conquistata la nuova autonomia, la SVP, che a quel compromesso si era accomodata non senza dubbi e riserve mentali, aveva seguito una linea molto precisa e astuta. Nei primissimi anni della fase di attuazione aveva portato a casa le norme più importanti, ovverossia quelle che le servivano a bloccare definitivamente e a capovolgere il processo di immigrazione della popolazione di lingua italiana. Era stata la base, questa, da cui era partita la sconfessione della prima autonomia e la richiesta di un assetto completamente diverso. Le leve su cui agire erano sostanzialmente due: l'edilizia sociale e il pubblico impiego. Conquistate le competenze sull'urbanistica e introdotto il principio della ripartizione degli alloggi pubblici in base alla proporzionale etnica, imposto lo stesso criterio per tutti, o quasi tutti, i settori dell'impiego pubblico, la SVP poteva esser sicura che la famigerata "Todeschmarsch", la marcia della morte dei sudtirolesi ridotti in minoranza nella loro terra, era stata bloccata. Per tutto il resto non c'era fretta, la trattativa sulle altre norme di attuazione poteva essere condotta anche su tempi molto lunghi, pur di strappare il massimo delle concessioni possibili e magari anche di tenere aperta all'infinito una vicenda i cui sviluppi futuri potevano essere fra i più diversi.

I negoziatori di parte italiana si trovarono così completamente spiazzati, rispetto ad una tattica del rinvio che non lasciava il minimo spazio all'ipotesi di compromesso. Avevano ingenuamente contato, passata l'emergenza etnica, su possibili fratture all'interno del partito sud tirolese di raccolta. Si trovarono di fronte invece un interlocutore sempre più compatto ed agguerrito, con il leader carismatico Silvius Magnago e il suo vice, il roccioso Alfons Benedikter,che giocavano a interpretare i ruoli della colomba e del falco, ma in realtà marciavano uniti per strappare allo stato il massimo delle concessioni possibili. Il cataclisma politico che non sfiorò nemmeno la SVP, travolse invece i partiti italiani di Bolzano, quando, all'inizio degli anni 80, manifestatisi appieno di effetti del nuovo assetto politico dell'autonomia, l'attacco combinato della destra missina e degli alternativi guidati con sapienza dal giovane Alexander Langer, ridusse improvvisamente a cifre modeste il patrimonio di voti della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati.

Iniziò così una fase confusa, nella quale alla rigidità crescente dei negoziatori di parte sud tirolese, anche su questioni che potevano sembrare secondarie, fecero riscontro le incertezze italiane, con la destra che chiedeva di mandare al macero tutto il nuovo assetto autonomistico, la sinistra alternativa che voleva ripensarlo in termini a dir poco drastici, e i partiti di governo che si agitavano, cercando di contenere le perdite elettorali senza dover rinunciare alla presenza in una giunta provinciale che poteva amministrare sempre più cospicue risorse.

Tutto questo, mentre il terrorismo di marca irredentista e pangermanista si faceva sentire ogni giorno di più in maniera rumorosa e preoccupante. Scoppiavano nella notte le bombe targate "Ein Tirol", mentre le caserme dei carabinieri venivano usate come bersaglio per anonime raffiche di mitra. La stampa italiana e internazionale raccoglieva volentieri l'eco di queste esplosioni, raccontando a tinte forti una realtà nella quale gli elementi di suggestione erano tali da far parlare di "apartheid", da mobilitare scrittori come Sebastiano Vassalli che pronosticava lugubremente l'imminente scomparsa del gruppo italiano o sociologi come il padovano Sabino Acquaviva, che, con indubbia fantasia, proponeva la creazione di un mini-cantone italiano, inserito in una provincia tedesca, inserita a sua volta nello Stato italiano.Alfons Benedikter1

Tutti o quasi tutti concordavano sulla necessità di chiudere al più presto l'attuazione dell'autonomia e la vertenza internazionale, ma poi le trattative andavano per le lunghe. Anche la trovata del leader socialista Bettino Craxi che, nel 1984, si illuse di sciogliere il nodo con una trasferta bolzanina di poche ore e l'aggiramento delle commissioni dei 6 e dei 12, ebbe il respiro corto.

 

 

Si giunse così al 1988, l'anno cruciale.

Nel maggio, il governo aveva emanato finalmente alcune norme di attuazione lungamente attese, come quella sull'uso della lingua nei procedimenti civili e penali intorno alla quale per anni le lobbyes contrapposte dei legali italiani e tedeschi, entrambe ben rappresentate nei vari schieramenti politici, avevano battagliato senza esclusione di colpi. Un passaggio importante ma non ancora decisivo. Restavano da risolvere diverse questioni abbastanza rilevanti, mentre gli attentati terroristici contro i quali, a differenza del passato, le forze dell'ordine e i servizi di sicurezza sembravano del tutto impotenti, si ripetevano in un crescendo inquietante.

Tra ottobre e novembre , nel giro di pochi giorni, la svolta.

Nella notte fra il 29 e il 30 ottobre l'ultima fragorosa serie di attentati. Le bombe esplosero a Bolzano, davanti a una scuola italiana, ad Appiano, dove restò danneggiata gravemente la Chiesa della comunità di lingua italiana. Questa volta però la polvere provocata dagli ordigni non fece in tempo a posarsi e scattarono gli arresti.

A Innsbruck finì in carcere un falegname sudtirolese, Karl Ausserer. Era uno dei tanti reduci del terrorismo degli anni '60 riparato oltre confine. Dal suo laboratorio spuntarono prove in abbondanza. A molti sembrò allora quanto meno singolare che un personaggio di levatura politica e umana assolutamente mediocre potesse essere l'autore solitario o quasi di una serie di attentati rimasti per anni senza una soluzione. Sta di fatto però che con quell'arresto la serie degli attentati politici finì del tutto. In Alto Adige, dall'ottobre del 1988 in poi, non si sentirà scoppiare neppure un petardo. La sensazione fu quella che qualcuno, da qualche parte, avesse girato l'interruttore, tagliato i fili che facevano muovere le marionette di una commedia inquietante e pericolosa. Nei mesi successivi vi furono altri arresti. Secondo il giudice a sparare di notte contro le caserme dei carabinieri erano stati alcuni delinquenti comuni, sulle cui motivazioni e i cui legami, chiarezza non è mai stata fatta.

Finirono così gli attentati e, nel giro di pochi giorni, cominciò anche una nuova era politica. A fine novembre si votava per le elezioni provinciali. Per la prima volta dopo trent'anni in cima alla lista della SVP non c'era più il nome di Silvius Magnago. Il grande vecchio aveva deciso, qualche mese prima, di abbandonare almeno uno dei due incarichi che ricoperti per decenni. La motivazione ufficiale fu quella di un peso troppo gravoso da portare per un uomo dal fisico comunque compromesso e dall'animo logorato dagli lunghi anni di militanza politica. In realtà l'intelligenza di Magnago gli fece probabilmente capire che la Provincia stava diventando una macchina troppo grossa e troppo potente, in termini finanziari, per esser gestita allo stesso modo di sempre. Occorreva un ricambio. Occorrevano uomini nuovi e uno di questi era già lì, pronto per assumere l'incarico. Luis Durnwalder SüdtirolUn pusterese di 47 anni, robusto e cordiale, dietro al cui sorriso si nascondeva però una volontà di ferro e una vocazione al comando che già si era manifestata nei ranghi del Bauernbund, la lega dei contadini sudtirolesi, e poi nella gestione dell'assessorato provinciale all'agricoltura. Luis Durnwalder conquistò così, senza troppe difficoltà, il ruolo di capolista e alla prova del voto superò subito con 76.684 preferenze il record di Magnago. Sin dai primi giorni di governo fece capire che il suo stile sarebbe stato totalmente opposto, per certi versi, a quello del vecchio leader carismatico, che amava occuparsi delle questioni più squisitamente politiche, delegando ai suoi assessori la gestione ordinaria della macchina provinciale. Durnwalder centralizzò progressivamente la gestione di gran parte dei problemi. E' stato una macchina da lavoro instancabile. Si presentava in ufficio tutti i giorni all'alba, per ricevere personalmente, senza bisogno di fissare un appuntamento, tutti coloro che volevano chiedergli un aiuto o un intervento. Interloquiva direttamente con i dirigenti provinciali, spiazzando regolarmente gli assessori, ai quali non restava che adeguarsi o affrontare uno scontro dal quale uscivano invariabilmente sconfitti e non di rado umiliati.

Silvius Magnago si ritirò in buon ordine nella sede del partito, ma, se il suo progetto era quello di continuare a dirigere la politica altoatesina tra quelle stanze, dovette rendersi conto rapidamente che i rapporti di forza erano cambiati e che il perno attorno a cui ruotavano le decisioni cruciali era sempre più quello della Provincia, sempre più ricca e in mano ad un uomo che non accettava intromissioni o condizionamenti. Durnwalder, sul piano ideologico, era un pragmatico, che non aveva certo vissuto il dramma storico dei sudtirolesi con la stessa intensità del suo predecessore. Nessun riguardo nemmeno per gli altri padri della patria. Escluse con brutalità dalla nuova giunta provinciale il vecchio Alfons Benedikter, che con Magnago aveva costruito passo dopo passo con ostinazione l'edificio delle norme attuazione e che era, nella SVP, il capofila di coloro che si battevano per spostare il più avanti possibile nel tempo la chiusura della vertenza. Probabilmente a dar fastidio, più che il Benedikter "mangiaitaliani" fu l'assessore all'urbanistica implacabile oppositore dei progetti di sfruttamento del territorio, che la nuova classe dirigente sud tirolese voleva poter varare senza troppi impicci. Fatto sta comunque che la scomparsa dall'orizzonte politico del principale avversario di una rapida chiusura della vertenza, fece capire a molti che qualcosa stava cambiando.

Un terzo fattore, questa volta di carattere internazionale , congiurava assieme agli altri perché fosse chiusa una vicenda ormai aperta da troppo tempo. L'Austria, neutrale ed estranea ai vari schieramenti europei per gli obblighi assunti con il trattato di stato del 1955, stava maturando in quegli anni, non senza vivaci opposizioni interne, la decisione di chiedere l'adesione alla Comunità Europea.Bundesarchiv B 145 Bild-F065739-0020 Köln CDU-Bundesparteitag Alois Mock Un progetto che sarebbe stato indubbiamente complicato dall'esistenza di un contenzioso ancora vivo con uno dei maggiori Stati dell'Unione. Quando, nel luglio del 1989, il ministro degli esteri austriaco Alois Mock iniziò il suo viaggio nelle capitali europee per presentare il progetto di adesione alla CEE la prima tappa fu quella di Roma ed è quasi certo che con il collega e vecchio amico Giulio Andreotti l'intesa fu quella di sgomberare il campo al più presto, anche se non ad ogni costo, dalla vecchia e ormai polverosa controversia sull'Alto Adige.

L'anno, siamo nel 1989, fu propizio, come tutti ricorderanno, alla caduta dei muri. Si sbriciolò in novembre quello che, a Berlino, tagliava in due l'Europa durante la guerra fredda, ma nel suo piccolo anche l'Alto Adige volle dare un contributo non indifferente.

L' 11 aprile di quell'anno infatti vi fu il primo incontro ufficiale tra i due nuovi presidenti delle giunte provinciali di Trento e Bolzano, Luis Durnwalder e Mario Malossini. Nelle cronache giornalistiche l'aggettivo "storico" venne profuso a piene mani, e forse questa volta non del tutto a torto. La stretta di mano tra i due presidenti sanciva il ritorno ad un clima di collaborazione concreta, di alleanza strategica tra i due esecutivi che in precedenza non vi era mai stato. Dal crollo della prima autonomia le due province erano uscite distanti sul piano politico,in un clima di diffidenza reciproca, che la collaborazione forzata in quel che restava della regione e la necessità di presentarsi periodicamente a Roma per contrattare l'attuazione del "pacchetto", non aveva per nulla diradato. Il gelo era totale a tal punto che quando, negli anni '70, il rettore dell'Università di Trento Paolo Prodi aveva proposto intelligentemente una collaborazione con Bolzano, le sue "avances" erano state accolte, e fu con il senno di poi un errore storico, da un'ostilità ai limiti dell'insulto. Nè ci si potevano attendere grandi gesti di riconciliazione da un Silvius Magnago che sul "Los von Trient" aveva basato l'intera sua fortuna politica.luis durnwalder e mario malossini si stringono la mano imagelarge

Per scelte nuove occorrevano uomini nuovi e la stretta di mano fra Malossini e Durnwalder faceva intravvedere scenari di collaborazione impensabili sino a qualche mese prima.

Austria e Italia che pianificavano alleanze a livello europeo, Trento e Bolzano che si alleavano superando storiche inimicizie. Era un mondo che cambiava rapidamente, forse troppo per un uomo come Silvius Magnago, abituato a lavorare per decenni con le stesse persone e in un quadro politico quasi immutato. Il suo principale collaboratore Alfons Benedikter, cacciato dalla giunta provinciale, dopo qualche esitazione, stracciò la tessera della stella alpina candidandosi senza fortuna alle elezioni europee con un movimento autonomista. Gli altri protagonisti della sua era o erano stati anch'essi pensionati o venivano emarginati dal nuovo polo dirigente. Se Magnago aveva sperato di mantenere il controllo della situazione restando solo alla guida del partito, dovette rendersi conto rapidamente che i rapporti di forza erano cambiati e che, ad onta del suo carisma, il potere vero si stava spostando altrove. Il vecchio leader, evidentemente poco disposto a recitare da comprimario su un palcoscenico dove era stato per decenni primattore, tirò rapidamente le conseguenze e si presentò dimissionario al congresso convocato come sempre a Merano il 27 aprile del 1991. Se la sua sostituzione ai vertici della provincia era stata preparata da tempo, l'abbandono della massima carica di partito colse un po' tutti di sorpresa. Occorreva trovare una soluzione quanto meno transitoria sino a che, nei nuovi equilibri che andavano maturando all'interno della stella alpina, non fosse stato individuato un giovane successore naturale. A guidare la SVP nei mesi decisivi per la chiusura della vertenza venne quindi chiamato un altro dei "grandi vecchi" che avevano pilotato il partito dalla prima alla seconda autonomia. Roland Riz, avvocato, professore universitario di diritto penale, senatore era uno dei leader storici considerato, forse non a torto, come il più "romano" tra i parlamentari della Volkspartei.

Sarebbe tuttavia del tutto sbagliato pensare che l'addio di Magnago mascherasse il suo dissenso rispetto alla necessità di chiudere una volta per tutte la vertenza internazionale. Il vecchio leader era il più convinto tra tutti che quella fosse l'unica strada da percorrere, così come nel 1968 aveva difeso strenuamente la decisione di approvare l'accordo con Roma. Anche se abbandonò l'incarico di Obmann, e la giustificazione ufficiale fu sempre quella dell'eccessivo logorio fisico e mentale, , fu lui ad affiancare ed efficacemente Riz e gli altri dirigenti del partito nell'ultima convulsa fase delle trattative e a far pesare il suo prestigio quando si trattò di sconfiggere l'ala dei "duri" ad oltranza nel congresso decisivo.

La piccola rivoluzione altoatesina dell'autunno 1988 stava dunque producendo cambiamenti a ripetizione mentre si creavano inevitabilmente le condizioni perché la lunga vertenza internazionale potesse finalmente concludersi. È curioso notare tuttavia come, in specie nell'ultima fase, le vicende altoatesine si intrecciarono con una storia che invece si apriva e che condizionò assetto politico italiano negli anni a venire: l'inchiesta "mani pulite".

Così, mentre sulla stampa si avvertivano ancora gli echi della manifestazione tirolese del Brennero di cui abbiamo parlato in un altro capitolo, e mentre una curiosità sempre più vasta si appuntava, a livello mondiale, sul ritrovamento di un misterioso cadavere spuntato, ad altissima quota, da un nevaio della Val Senales, la politica imboccava la strada che portava alla chiusura della vertenza altoatesina. parlamento-2-620x400Tra l'ottobre e il novembre del 1991 governo e Parlamento superando a suon di voti di fiducia l'ostruzionismo del movimento sociale italiano, vararono alcune norme essenziali per completare il quadro autonomistico. Alla fine del mese di gennaio del 1992 l'esecutivo approvò le ultimissime norme di attuazione. Quello stesso giorno il presidente del consiglio Giulio Andreotti riferì in Parlamento annunziando che, da parte italiana, tutto era stato compiuto per completare l'attuazione dell'autonomia. Si trattò uno degli ultimissimi atti di un esecutivo ormai in scadenza per la fine della legislatura. Pochi giorni dopo a Milano, l'arresto di un esponente socialista, Mario Chiesa, sorpreso in flagrante con le tangenti incassate in qualità di presidente di un'opera benefica, scatenava un terremoto politico e giudiziario che sconvolse, nel giro di qualche mese, l'assetto istituzionale del paese.

Osservando in una prospettiva storica il susseguirsi di quegli avvenimenti, non si può fare a meno di notare come la chiusura della vertenza altoatesina sia stato l'ultimo adempimento dei governi della prima Repubblica. Viene così spontaneo l'interrogativo su ciò che sarebbe potuto succedere se, a causa di uno dei tanti intoppi che ne avevano fatto dilatare nel tempo la scadenza naturale, questa fosse stata ancora una volta rimandata, in quei giorni convulsi di fine gennaio. Tutto sarebbe stato ancora una volta rinviato alla legislatura e ai governi successivi destinati ad un'effimera e burrascosa esistenza sotto i colpi martellanti ed implacabili delle inchieste giudiziarie, dentro al vortice delle quali erano destinati a scomparire i principali partiti di maggioranza, dal PSI di Craxi, alla DC, alle piccole formazioni di area laica.

Si sarebbe fatalmente arrivati così a consegnare il problema irrisolto, due anni più tardi nelle mani del primo governo Berlusconi, di cui erano componente essenziale quei post-fascisti che l'autonomia altoatesina avevano implacabilmente avversato per anni. È pur vero che quello stesso governo Berlusconi, il primo come quelli successivi, ha dato prova di grandissima cautela nel misurarsi con il problema altoatesino, ma una cosa è dover prendere atto di una situazione ormai definita, da utilizzare magari per trarne lustro a livello europeo, e un'altra doversi esporre in prima persona nel fare scelte impegnative sul piano interno.

Sarebbero stati sicuramente contenti, se la piaga della vertenza fosse rimasta aperta, tutti coloro che, sia sul versante italiano e quello sudtirolese, speravano di poter un giorno raggiungere ben diversi equilibri e magari l'incertezza avrebbe permesso che tornassero a farsi sentire le forze oscure che avevano sparso semi di violenza per modificare gli equilibri politici che invece andavano consolidandosi. Così non fu, per fortuna, e la decisione dell'ultimo governo Andreotti, dei vertici SVP e dell'esecutivo austriaco di procedere in tempi brevi alla composizione definitiva della vertenza è stata sicuramente lungimirante.

In quei giorni della primavera del 1991, mentre il mondo politico italiano tendeva un orecchio sempre più inquieto ai rumori provenienti dalle stanze della procura della Repubblica di Milano, quello altoatesino, e parliamo ovviamente di quello di lingua tedesca, dato che la politica italiana era beatamente estranea a tutto, si arrovellava attorno a due questioni rimaste irrisolte anche dopo l'emanazione delle ultime norme di attuazione del "pacchetto".

La prima, di tipo squisitamente giuridico, era quella dei cosiddetti poteri di coordinamento e di indirizzo, che il governo pres800px-Parlamento austríaco 2248546161umeva di poter esercitare per ricondurre tutta l'azione delle amministrazioni locali entro l'alveo della programmazione centrale. È una storia complessa sulla quale gli esperti di diritto costituzionale e amministrativo hanno scritto interi volumi, ma in sostanza rappresenta anche il perfetto esempio di come l'Italia non abbia mai saputo dotarsi di una politica e quindi di una legislazione coerente in termini di rapporto fra il centro e la periferia. La costituzione ha innestato, sul corpo centralista del vecchio Stato unitario, l'invenzione delle regioni a statuto speciale, nate per evitare l'accendersi di focolari separatisti nell'immediato dopoguerra e poi di quelle a statuto ordinario, create dopo mille esitazioni e tanti dubbi. Il tutto però senza rivedere la struttura della pubblica amministrazione e i rapporti politici tra centro e periferia. Con il bel risultato di aver realizzato spesso solo una duplicazione di costi e di ruoli e di aver praticato una politica oscillante tra interesse per quanto avveniva nelle realtà locali e rigurgiti di centralismo da parte del potere burocratico romano. A quest'ultima specie deve ascriversi sicuramente la scoperta dei poteri di coordinamento e indirizzo, che, se applicati radicalmente, avrebbero svuotato di fatto ogni competenza regionale, anche quelle primarie sancite nello statuto di autonomia. Questo temevano, non a torto bisogna riconoscerlo, gli esponenti SVP, nell'animo dei quali la vicenda veniva a confermare antichissimi pregiudizi sulla doppiezza dell'interlocutore italiano. Per evitare che la questione finisse per far saltare all'ultimo minuto tutte le intese raggiunte in vent'anni, ci volle un pronunciamento formale della commissione dei 12 fatto proprio dall'esecutivo. Questione irrisolta, comunque, se periodicamente anche in seguito è tornata a galla nei rapporti tra Roma e Bolzano. Basti pensare allo scontro avvenuto durante il governo Monti, che aveva deciso di intervenire d'autorità su temi di competenza della provincia di Bolzano, giustificandosi con il fine superiore degli interessi dello Stato e della lotta contro la crisi economica.

Il secondo problema che giunse a tormentare il dibattito interno nella SVP sin quasi alla vigilia delle operazioni di chiusura della vertenza fu quello del cosiddetto "ancoraggio internazionale". Qui la tragedia volge, per alcuni aspetti, in farsa. Non occorre aver fatto approfonditi studi di diritto internazionale, per capire che la questione altoatesina ha smesso di essere puro argomento di politica interna dell'Italia il 12 settembre del 1946, quando Alcide de Gasperi e Karl Gruber firmarono a Parigi il celebre accordo. Ben lo avevano capito i diplomatici italiani presenti per le trattative di pace nella capitale francese, che il giorno successivo sottoposero lo statista trentino ad un vero e proprio pubblico processo, imputandogli principalmente di aver svenduto un pezzo della sovranità nazionale senza reale necessità. In seguito, quando negli anni '50 da parte altoatesina cominciarono le recriminazioni sul mancato adempimento agli obblighi di quel trattato e sulle carenze della prima autonomia, l'Italia replicò affermando da un lato di aver provveduto ampiamente a realizzare tutto il necessario per dare attuazione all'accordo e dall'altro negando pervicacemente che l'Austria potesse ancora aver voce in capitolo. Se sulla prima affermazione si poteva quanto meno discutere la seconda fa a pugni con qualsiasi logica giuridica. Una volta firmato un trattato ciascuno dei contraenti ha pieno diritto di contestarne quanto crede i modi di adempimento. Così l'Austria, tornata sovrana dopo la fine dell'occupazione alleata, non ebbe difficoltà a portare la questione davanti alle Nazioni Unite che non si dichiararono per nulla incompetenti ad intervenire, come i diplomatici italiani speravano, e che affidò alle trattative e alla buona volontà dei due Stati la soluzione della controversia. Il fatto che l'Italia abbia accettato di aprire e di condurre per anni queste trattative, contraddice ovviamente la pretesa periodicamente sbandierata che quella altoatesina fosse questione di pura competenza interna del governo di Roma. Un contrasto paradossale che si è prolungato sin quasi ai tempi nostri. Mentre i nostri ambasciatori sollecitavano a Vienna il rilascio della cosiddetta "quietanza liberatoria" da presentare alle Nazioni Unite come segno di una ritrovata intesa, la Farnesina continuava ad emettere comunicati nei quali negava che la questione potesse avere un rilievo internazionale. Dato che quel che contano sono i fatti questo vezzo polemico e propagandistico non avrebbe dovuto impressionare nessuno, ma gli esponenti sudtirolesi vi si appendevano chiedendo ulteriori esplicite conferme di un ancoraggio internazionale della loro autonomia che già era scritto nei documenti e nella storia. Nessuno, a Roma come a Vienna, capiva bene come questo fantomatico ancoraggio avrebbe dovuto manifestarsi, anche perché era chiaro a tutti che l'entrata dell'Austria nella Comunità Europea, il progressivo abbattimento delle frontiere, la cooperazione tra Stati nell'ambito dei principi sanciti tra l'altro -come amava ricordare spesso Giulio Andreotti - dalla dichiarazione sulla sicurezza europea di Helsinki, costituivano altrettanti pilastri di garanzia per la minoranza sudtirolese. Alla fine, dopo un dibattito lungo e astioso, ci si accontentò, e non poteva essere altrimenti, di qualche accenno molto generico in una dichiarazione del Ministero degli Esteri italiano consegnata a Vienna.

Emanate le ultime norme, sciolti gli ultimi nodi, non restava quindi che compiere i passi formali che un calendario operativo scritto vent'anni prima aveva previsto come formalità essenziali per la chiusura. L'unico di questi che rivestiva una vera importanza politica era il congresso straordinario, nel quale i delegati SVP avrebbero dovuto dare il loro consenso alla conclusione della vertenza. In teoria si trattava di un passaggio puramente formale dato che lo stesso esecutivo del partito aveva già approvato all'unanimità una risoluzione da presentare all'assemblea nella quale l'approvazione era contenuta, ma negli ambienti politici del partito sud tirolese serpeggiavano umori negativi e nessuno poteva escludere quindi clamorose sorprese.svp

La mattina di sabato 30 maggio 1992 Roland Riz si presentò davanti all'assemblea dei delegati con una relazione di 54 pagine nella quale i vari passaggi che avevano portato alla chiusura erano ricostruibili con minuziosa puntigliosità. Significativo il paragone utilizzato per giustificare la necessità della ventennale trattativa con Roma. Il "pacchetto" era ormai secondo l'Obmann come una botte da cui non si poteva cavare vino. Il dibattito che seguì alla relazione fu significativo per capire come il partito si presentava a questo storico passaggio. Ad alcuni interventi di appoggio alla risoluzione seguirono, e non furono pochi, quelli di chi manifestava dubbi, proponeva rinvii o addirittura chiedeva di far saltare tutto per avviarsi decisamente sulla strada dell'indipendentismo. E non erano, a parlare, solo isolati esponenti di un'estrema periferia geografica e politica, ma anche personaggi di primo piano come il parlamentare Ferdinand Willeit, come quel Christian Waldner che aveva organizzato la manifestazione pantirolese del Brennero e che proprio al congresso annunciò la sua fuoriuscita dal partito, come alcuni giovani rampanti, Siegfried Brugger e Karl Zeller cui sarebbe stata affidata negli anni a venire, ed è un fatto su cui meditare, il compito di sostenere i rapporti con Roma.

Man mano che passavano le ore nella sala del Kursaal di Merano il clima diveniva sempre più pesante e le incertezze sempre più marcate. Per sciogliere il nodo i vertici dovettero far intervenire l'artiglieria pesante. Prese la parola Silvius Magnago che, con l'eterno richiamo al pragmatismo, ricondusse rapidamente all'ovile le pecore smarrite. La risoluzione fu approvata alla fine con una maggioranza che non lasciava spazio a ripensamenti: 1329 si e solo 265 no.

Pochi giorni dopo a votare furono chiamati anche consiglieri del Land Tirolo e del Parlamento di Vienna. In ambedue i casi l'esito era scontato e la maggioranza che approvò quasi plebiscitaria. Votarono a favore, in ambedue i casi, i due grandi partiti, popolari e socialisti, che hanno accompagnato nei decenni il divenire della vicenda altoatesina e si dichiararono a favore anche i Verdi. L'unica opposizione, come previsto, arrivò dai liberali nazionali di Joerg Haider tradizionalmente collegati alla destra sud tirolese che vuole l'autodeterminazione.

Si giunse così al 5 giugno e val la pena di notare come a questo punto sulla chiusura si fossero espressi, con un voto o quanto meno con un dibattito, due Parlamenti, quello italiano quello austriaco, un consiglio regionale, quello tirolese, e un congresso di partito. Mancavano dall'elenco il consiglio provinciale altoatesino e se vogliamo, anche quello regionale ovverossia gli organi rappresentativi in primo grado della realtà sociale, etnica e politica che all'autonomia aveva dato vita e nella quale l'autonomia stessa erastata calata non senza problemi e tensioni. Non fu sicuramente una mera dimenticanza, ma il segno preciso di una politica per la quale l'autonomia e le sue vicende erano titolarità esclusiva di un gruppo e di un partito, da cui il resto della comunità altoatesina, quella italiana in primo luogo, doveva continuare ad essere drasticamente esclusa.

Chiuso anche il capitolo dei voti parlamentari di partito non restava, in quei giorni di giugno, che l'adempimento delle ultime formalità diplomatiche. Era un lavoro di cancelleria che sfociò, il giorno 11, della consegna ufficiale della famosa "quietanza" da parte del ministro degli esteri di Vienna Alois Mock, nelle mani dell'ambasciatore italiano Alessandro Quaroni. Lo stesso documento pochi giorni dopo fu solennemente rimesso al segretario generale dell'Onu Butros GhaliBoutros Boutros-Ghali in Davos. Era l'ultimissimo passaggio previsto dal calendario operativo. L'evento fu sommariamente annotato nelle cronache politiche della stampa altoatesina, tirolese e austriaca e passò praticamente inosservato sulla scena italiana, dominata ormai a tutto campo dagli sviluppi sempre più clamorosi delle inchieste milanesi sulla corruzione del mondo politico. Finiva la prima Repubblica e con essa se ne andava anche il lungo e tormentato ventennio di attuazione della nuova autonomia altoatesina. Il quadro politico generale era più che confuso ma c'erano a Bolzano le premesse per aprire, su basi diverse, un nuovo capitolo di storia. I fatti avrebbero dimostrato di lì a poco quanto quelle speranze fossero illusorie.

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