Maurizio Ferrandi

Alto Adige - Storia e storie

Tavoli e tavolini

Tavoli e tavolini

 

Se mai un giorno quell'annuncio economico dovesse essere veramente pubblicato, me lo immagino così:

 

 

A A A Vendita straordinaria sottocosto tavoli per l'autonomia. Astenersi perditempo e anti autonomisti storici. Possibilità sconti e dilazioni a tempo indeterminato. Telefonare ore pasti.

 

Il cauto, ipotetico compratore che volesse esaminare la merce prima di aprire il portafogli, verrebbe condotto in un enorme stanzone semi buio, dove troverebbe accatastati tavoli e tavolini di epoche e di origini diverse, ognuno ancora dotato di quei segnaposto che servono per evitare confusioni e incidenti diplomatici. Potrebbe leggere, su quei segnaposto, nomi più o meno illustri, tutti riconducibili peraltro alla storia politica italiana e altoatesina degli ultimi decenni.800px-Table shuffleboard

La svendita di fine stagione dei tavoli per l'autonomia ovviamente non ci sarà mai, ma non sarà inutile inoltrarsi comunque in quel buio stanzone per ricostruire una stagione e un metodo politico che, in Alto Adige, hanno goduto di ampia e giustificata popolarità.

Abbiamo visto imbandire tavoli per l'autonomia di tutte le fogge e dimensioni, occupati per settimane, per intere giornate, per alcune ore solamente. Sui loro lucidi piani si sono posati documenti scarni o ponderosi. Il tutto con un unico inevitabile destino: quello di finire in un inglorioso oblio.

Se si guarda solamente alle denominazioni ufficiali, il primo tavolo per l'autonomia risale al gennaio del 2001 e porta la firma dell'allora sottosegretario per le questioni regionali Gianclaudio Bressa, ma è indubbio che per trovare il vero inventore del sistema occorre risalire di qualche decennio all'indietro nel tempo e tornare addirittura al novembre del 1984, quando l'allora presidente del consiglio, il socialista Bettino Craxi decise di interrompere a modo suo una lunga fase di paralisi nell'attuazione dell'autonomia altoatesina. Annunciò che sarebbe arrivato a Bolzano per ascoltare tutte le parti in causa e farsi un'idea personale dei contrasti che impedivano di far passi concreti in avanti nel varo delle norme di attuazione. Detto fatto, Craxi arrivò in aereo nel capoluogo altoatesino e, nel volgere di poche ore, ricevette, nei saloni del palazzo ducale di via principe Eugenio di Savoia, i rappresentanti di una pletora di partiti, sindacati, associazioni.

Di quella giornata ci ha lasciato un ritratto indimenticabile, in uno dei suoi libri, Piero Agostini. Il ritmo incalzante degli appuntamenti, il rancio militare consumato presso la mensa di una caserma di Oltrisarco oggi scomparsa, il disappunto ostentato di un Silvius Magnago, abituato ad esser ricevuto da solo a Palazzo Chigi e costretto, per una volta, a mescolarsi con una varia umanità.

Quel giorno nessuno pronunziò il termine di "tavolo per l'autonomia", ma il concetto era più o meno quello che quasi vent'anni dopo sarebbe stato enunciato, agli albori del nuovo millennio, da un politico bellunese che fece così la sua comparsa sull'orizzonte politico altoatesino.

Nato e cresciuto politicamente a qualche decina di chilometri di distanza dal confine con il Trentino Alto Adige, Gianclaudio Bressa fa capolino nelle cronache che altoatesine quando, nell'anno 2000, viene chiamato ad occuparsene come sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri competente per le questioni delle minoranze linguistiche.

Per lunghi anni consigliere comunale e poi sindaco di Belluno, Bressa è stato eletto lo in Parlamento nel 1996, nelle file del Partito Popolare. Entra da subito in piena sintonia con i colleghi della SVP, stabilendo un rapporto di fiducia e collaborazione reciproca che si consoliderà nel tempo, attirandogli addosso tra l'altro non poche accuse e antipatie nell'ambiente politico italiano dell'Alto Adige.

È inevitabile, quindi, che quando il giovane sottosegretario annuncia, e siamo nei primi giorni del 2001, di voler venire a Bolzano per aprire un'ampia consultazione sui problemi e sul futuro dell'autonomia, qualcuno maliziosamente intravveda nel tutto una manovra costruita ad arte, con il consenso preventivo della Volkspartei in vista delle elezioni politiche già fissate per la primavera successiva.bressa gianclaudio

È un malumore diffuso dal quale non resta indenne neanche l'ambiente dei popolari altoatesini, presi di sorpresa e in un certo senso scavalcati dall'iniziativa del politico bellunese. L'operazione-Bressa, d'altronde, coglie il centro-sinistra altoatesino in piena crisi. Le vicende di Tangentopoli, all'inizio di degli anni 90, e la morte prematura di alcuni leader hanno innescato tra gli eredi della vecchia DC un drastico mutamento generazionale, senza che le nuove leve abbiano dimostrato di valere quanto i predecessori. Lo stesso, sia pur in termini meno drastici, vale per i partiti della sinistra. Le secche sconfitte elettorali subite nelle consultazioni politiche che segnano l'avvio della seconda Repubblica fanno il resto. Il centro-sinistra altoatesino non è in grado di produrre un leader abbastanza forte e autorevole per contrastare i candidati paracadutati da Roma.

Bressa sbarca dunque nel capoluogo altoatesino e, forte del suo ruolo istituzionale, apre le consultazioni con le varie forze politiche, con i sindacati e con esponenti di tutti i settori della vita altoatesina, ricevuti nei saloni (ed ecco un altro richiamo al precedente di Bettino Craxi) del palazzo ducale di via principe Eugenio. Si parla, si producono documenti, analisi e riflessioni, ma, come nel caso precedente e come avverrà inevitabilmente per quelli successivi, non si va oltre ad una sia pur copiosa raccolta fatti e di opinioni.bressa.jpg 415368877

Viene invece confermata in pieno all'ipotesi di una candidatura altoatesina dell'esponente bellunese, che si presenta alle elezioni politiche del 13 maggio come rappresentante dell'Ulivo nel collegio di Bolzano della Camera, contrapposto ad uno dei "big" del centro-destra, l'ex ministro Franco Frattini. A Bressa riesce quello che, nelle elezioni politiche precedenti, non era riuscito al giornalista Ennio Chiodi: battere Frattini grazie anche alla desistenza della SVP.

Gianclaudio Bressa torna dunque a Roma come deputato di Bolzano, successo che ripeterà, sia pur con le differenti regole elettorali, nel 2006, nel 2008 e nel 2013.

Per sentir parlare di nuovo di un tavolo per l'autonomia gli altoatesini dovranno aspettare invece i primi giorni del 2007. Sono i mesi tormentati dell'ultimo difficilissimo esperimento governativo guidato da Romano Prodi. La coalizione di centro-sinistra poggia su basi molto fragili dal punto di vista dei numeri parlamentari, soprattutto al Senato dove i tre voti garantiti dalla SVP si rivelano spesso essenziali per evitare una rovinosa crisi. È una situazione della quale gli esponenti della stella alpina approfittano volentieri per portare avanti le loro richieste. In questo clima, proprio grazie alla mediazione di Bressa, che è stato chiamato tra l'altro a guidare anche le commissioni paritetiche dei 6 e dei 12, matura l'idea di riportare ad un tavolo tutte le componenti della società altoatesina per avviare un processo di revisione e di ampliamento dell'autonomia.

L'idea è quella di dare all'avvenimento una solennità del tutto particolare ed avviene così che, nel primissimo pomeriggio del 2 febbraio del 2007, a Bolzano atterri un aereo che trasporta il presidente del consiglio Romano Prodi e che nell'ampio salone di un albergo cittadino un enorme tavolata accolga tutti i protagonisti politici e istituzionali della vicenda, messi di fronte ad uno stuolo di giornalisti e a una foresta di telecamere. Il tutto per consacrare l'avvio del trattativa tra Roma e Bolzano sulle nuove frontiere dell'autonomia altoatesina.

Toccata e fuga. Dopo alcuni discorsi e una esposizione di buone intenzioni i commensali si alzano e se ne vanno.Romano Prodi 2007 Prodi ha già un appuntamento con il presidente della provincia di Bolzano Durnwalder, che lo accoglie per un brindisi nella favolosa cantina scavata sotto dopo la roccia di una montagna a Laimburg. Il clima è di grande cordialità e di ostentata allegria. Una giornata iniziata bene, ma che finirà nel peggiore dei modi quando in serata Prodi dovrà abbandonare bruscamente la tribuna dei campionati mondiali di Biathlon, in quel di Anterselva, raggiunto dalla notizia della tragica uccisione di un poliziotto negli scontri tra forze dell'ordine e ultras fuori dello stadio di Catania.

Un sinistro presagio per chi vuol coglierlo. Dopo la fugace apparizione bolzanina del presidente del consiglio il tavolo per l'autonomia resta deserto e appena un anno dopo lo stesso Prodi è costretto a dimettersi ,privato inopinatamente dell'appoggio di Clemente Mastella.

Fine del terzo tavolo per l'autonomia, ma l'idea evidentemente piace anche a livello trasversale e ,nella primavera del 2009, viene resuscitata a sorpresa da un esponente dello schieramento opposto. È il leghista Roberto Maroni,468px-Roberto Maroni Premio lotta alla mafia 2010 all'epoca ministro dell'interno, ad annunciare l'intenzione di venire a Bolzano, per l'ennesimo valzer di consultazioni sulle vicende e sui contrasti che scuotono il mondo politico altoatesino. A fargli da guida inseparabile in questa impresa, la neo-consigliera provinciale leghista Elena Artioli, passata poco prima delle consultazioni provinciali dalle file della SVP a quelle del Carroccio. Anche nel caso dell'iniziativa di Maroni la reazione della Volkspartei è tutt'altro che negativa. Tra stella alpina e padani i rapporti sono sempre stati abbastanza buoni, anche se l'alleanza del Carroccio con il centro destra ha impedito di regola alleanze organiche. Tra la primavera ed estate del 2009 Maroni arriva dunque nel capoluogo altoatesino e ancora una volta si replica il rito degli incontri e delle consultazioni. Poi più nulla.

La vicenda dei tavoli e tavolini dell'autonomia altoatesina potrebbe terminare a questo punto e passare tranquillamente agli archivi come una sorta di curiosa coazione a ripetere da parte dei politici nazionali e locali. A ben guardare c'è però un elemento, in tutta questa storia, che ci riporta ad una delle fondamentali caratteristiche della storia politica altoatesina di quest'ultimo mezzo secolo.

In estrema sintesi: se periodicamente si è creduto utile dare tanto rilievo ad un fatto che dovrebbe essere logico, quotidiano e normale come la consultazione e il coinvolgimento nei processi decisionali tutte le componenti politiche e sociali di una realtà così delicata e complessa come quella di una provincia trilingue, è proprio perché nella realtà storica questo coinvolgimento non c'è mai stato.

Sin da quando fu fondata, nel maggio del 1945, la SVP ha sempre reclamato con forza il diritto di essere l'unica e la sola rappresentante politica delle minoranze in lingua tedesca e ladina dell'Alto Adige. Una pretesa confortata sino a tempi recenti dai risultati elettorali, ma che il partito della stella alpina ha dovuto difendere nel tempo contro vari tentativi di scissione, contro le manovre tentate da Roma negli anni '50 per crearle delle alternative più accomodanti e infine contro quella moda dei partiti interetnici che vide diverse forze della sinistra italiana arruolare negli anni '80 senza risultati ragguardevoli esponenti dell'area tedesca. Anche in tempi più recenti, di fronte alla concorrenza crescente delle formazioni di estrema destra, la Volkspartei non ha mai abdicato, né a Bolzano, né a Roma, né a Vienna da questo ruolo cui si lega inevitabilmente il diritto ad essere l'unico e solo interlocutore del governo italiano quando si tratti di discutere e trattare le questioni fondamentali dell'autonomia. Così è stato per decenni, quando la seconda autonomia era ancora tutta da costruire, quando per oltre vent'anni sono state portate avanti le faticose trattative per la sua attuazione ed anche, dopo la chiusura del pacchetto, quando è stata avviata la fase forse più confusa e "movimentista" della cosiddetta autonomia dinamica.

Questo processo politico ha finito per tagliar fuori dalla costruzione, dal completamento e dalla revisione dell'autonomia non solo gli esponenti politici di lingua tedesca e ladina che non avessero la tessera con la stella alpina stampata sopra, ma anche tutti gli altri soggetti politici della provincia, primi tra tutti quegli autonomisti di lingua italiana che pure per il raggiungimento di quegli obiettivi si sono storicamente impegnati, pagando non di rado un salato prezzo in termini di consenso elettorale.

La prova del nove di questo dogma politico si ottiene facilmente. Basta ripensare al ruolo del consiglio provinciale altoatesino. È la massima assemblea rappresentativa di quel territorio sul quale ogni giorno l'autonomia viene calata, eppure è stato storicamente sistematicamente tagliato fuori da ogni decisione riguardante il futuro dell'autonomia stessa. Nella concezione politica della SVP il consiglio è stato chiamato ad occuparsi solamente nell'ordinaria amministrazione e della gestione delle cose altoatesine, dell'attuazione concreta di quelle competenze, ottenute e discusse altrove.

È stato così durante la fase di attuazione dello statuto quando le decisioni politiche venivano prese nei colloqui a quattro occhi tra Magnago e i vari presidenti del consiglio italiano, tra il suo vice Alfons Benedikter e i ministri, per essere poi tradotte in norme giuridiche nell'ambito della commissione dei sei. È stato così dopo il 1992 quando sono stati i parlamentari della SVP o il Presidente della Provincia a lavorare dentro e fuori dai palazzi del potere per recuperare di volta in volta nuove competenze e nuove attribuzioni. In qualche caso la trattativa è stata ufficialmente resa pubblica. In molti altri si è svolta in maniera segreta e sotterranea. Sempre, sia che l'interlocutore fosse un governo amico di centro-sinistra o che invece fosse un teorico avversario di centro destra, a trattare sono andati solo e unicamente gli esponenti della stella alpina.img 0789619

Ecco perché il semplice fatto che per un giorno, un'ora, una settimana attorno al tavolo dell'autonomia venissero chiamati altri personaggi, altri partiti, altri soggetti ha destato un'attenzione e un clamore così rilevanti. Era semplicemente il segno di un possibile cambiamento, di un coinvolgimento generale di tutti coloro che in questa terra vivono.

La storia fino ad oggi si è incaricata di dimostrare che si trattava di pura illusione. I vari tavoli dell'autonomia che nei decenni i leader politici nazionali e locali hanno apparecchiato, si sono dimostrati poco più che specchietti per le allodole o al massimo cortesi consultazioni di soggetti comunque esclusi al momento in cui le decisioni importanti sono state prese. È avvenuto in passato ed è avvenuto anche di recente per quell'accordo di Milano sulla partecipazione delle finanze provinciali alla riduzione del deficit di bilancio dello Stato che rappresenta un elemento chiave nella gestione della nuova autonomia e che è stato discusso e raggiunto nel massimo segreto e nel più rigoroso silenzio.

È una strategia politica che indubbiamente ha dato i suoi frutti, se uno dei suoi massimi artefici, l'onorevole SVP Siegfried Brugger, poté dichiarare a suo tempo, in occasione di un congresso di partito, che il limone romano era stato spremuto da lui e dai suoi colleghi sino all'ultima goccia. È una strategia indubbiamente comoda perché sicuramente più lento e faticoso sarebbe stato il cammino verso ed oltre l'autonomia se, a tirare il carro, fossero stati chiamati anche gli italiani dell'Alto Adige, troppo spesso nostalgici, indecisi, riluttanti. Certo è che in questo modo una larga parte di chi in questa terra è in questa autonomia vive è stata tagliata fuori da ogni processo e da ogni progetto per il futuro. Non desta meraviglia che, passati gli anni dell'antiautonomismo ruggente, oggi l'espressione politica di questo popolo consista nel rifiuto del voto.

Nel loro ideale oscuro magazzino i tavoli per l'autonomia aspettano. L'averli lasciati coprire di polvere potrebbe rivelarsi, alla lunga, un grave errore.