Maurizio Ferrandi

Alto Adige - Storia e storie

Tutti al Brennero

Tutti al Brennero

Che qualcosa non andasse per il verso giusto era evidente, ma quasi nessuno, in quell'ultimo scorcio dell'estate del 1991 arrivò a capire quanto l'improvvisa fiammata polemica su un tema considerato politicamente ormai logoro come quello dell'autodeterminazione dei tirolesi, suonasse di pessimo augurio per la conclusione della vertenza altoatesina che andava lentamente maturando.

A dare il via alle danze, nell'ultimo giorno del mese di agosto, la pubblicazione da parte di un quotidiano locale di un documento nel quale il vice presidente della SVP Ferdinand Willeit willeitsollevava in maniera esplicita il tema di un possibile referendum per il ritorno dei sudtirolesi in seno alla madre patria austriaca.

Molti fra gli osservatori delle cose altoatesine non si erano mai accorti in realtà che Willeit fosse da iscrivere d'ufficio nella lista dei duri del partito. L'iniziativa a Bolzano fu dunque etichettata come un tentativo di acquistare il peso in vista della battaglia per la conquista della carica di Obmann, ricoperta dal senatore Roland Riz.

L'uscita di Willeit ebbe comunque l'effetto di attirare per l'ennesima volta sull'alto Adige l'attenzione della stampa nazionale e internazionale. Gli sconvolgimenti che andavano maturando nei Balcani e dell'impero sovietico dopo la caduta del muro di Berlino e le pulsioni secessioniste che la lega di Umberto Bossi andava proclamando con crescente successo, costituivano un quadro preoccupato e preoccupante in cui inserire le novità in arrivo da Bolzano. 002Così, mentre politici di tutti gli schieramenti e giornalisti si esercitavano nell'arte difficile di indovinare quello che avrebbero fatto i sudtirolesi, qualora veramente avessero avuto in mano la scheda per l’autodeterminazione, la scena fu occupata in breve volgere di tempo da un altro fatto e da altri protagonisti.

Questa volta a muoversi fu un esponente della SVP di origini e di caratura ben diversa da Willeit. Christian Waldner, aveva assunto non molto tempo prima l'incarico di responsabile del movimento giovanile del partito, struttura deputata da sempre a raccogliere e organizzare il consenso, ma senza un grande peso politico. Il giovane Waldner, figlio di un noto medico bolzanino, aveva, però grandi ambizioni e soprattutto aveva molta fretta di realizzarle. Ben consapevole che in una struttura politica imperniata sulla battaglia etnica come quella sudtirolese, il sorpasso si fa sempre a destra e calcando l'acceleratore sui temi legati alla difesa del gruppo linguistico, Waldner decise, assieme ai gruppi separatisti guidati da Eva Klotzeva-klotz-2 e agli Schuetzen, di raccogliere in una grande adunata popolare da tenersi al passo del Brennero tutte le forze che, in un modo o nell'altro, premevano per uscire dalle lunghe strettoie della trattativa con Roma e imporre una soluzione di tipo diverso.

Fin dall'inizio del raduno del Brennero fu presentato come una sorta di pacifico convegno voluto soprattutto dalle forze giovanili di tutto il Tirolo per parlare di Europa di traffico transfrontaliero, di iniziative culturali comuni. Nessuno tuttavia poteva farsi illusioni: la caratura degli organizzatori e il clima sovraeccitato che circondava i preparativi, così come la scelta di un terreno a poche centinaia di metri dal confine con l'Italia, promettevano tempesta.

Di fronte all'iniziativa di Waldner e dei suoi amici, la SVP si ritrovò nel classico dilemma tra il timore di dare troppo peso a iniziative chiaro sapore separatista e la paura di perdere terreno, restandone estranea, sul fronte dell'intransigente difesa etnica, da sempre collante essenziale del partito di raccolta. I dirigenti optarono alla fine per una via di mezzo: il partito sarebbe rimasto estraneo alla manifestazione, cui avrebbe invece partecipato, ma come presidente della Provincia, Luis Durnwalder, cui gli organizzatori avevano chiesto di tenere il discorso ufficiale assieme al capitano del Tirolo Alois Partl.

Domenica 15 settembre 1991 occhi puntati dunque sul passo del Brennero. Da vicino quelli delle 001macchine fotografiche e delle telecamere al seguito di un piccolo esercito di giornalisti arrivati da mezza Europa per raccontare l'accendersi di un nuovo focolaio di tensione politica in un continente la cui carta geografica cambiava, e non sempre in modo pacifico, di giorno in giorno. A scrutare, di lontano, i manifestanti che andavano colmando i prati sopra il fatidico confine, anche i teleobiettivi dei poliziotti italiani, seminascosti dalla vegetazione sul versante opposto della Valle. In realtà i nostri poliziotti avrebbero potuto comodamente risparmiarsi mascheramenti e appostamenti. L'accesso alla manifestazione era del tutto libero e i personaggi venuti dal Tirolo e in odore di revanscismo si mescolavano senza problemi con leghisti veneti e lombardi e con autonomisti trentini alla ricerca della perduta unità tirolese.

Una sorta di grande festa popolare, benedetta da un tempo clemente (il che al Brennero non va dato per scontato in nessuna stagione dell'anno) con una colonna sonora fornita da più bande musicali e di un apparato enogastronomico di tutto rispetto.

Si cominciò, come da programma, con la messa al campo e i saluti degli organizzatori e del sindaco di Gries am Brenner, comune ospitante. Poi i due discorsi ufficiali e qui ci furono i problemi. Quando prendere la parola fu chiamato Luis Durnwalder un coro di fischi evidentemente organizzato si levò dalla folla seduta sui prati. Un discorso, quello del presidente, tutto giocato sulla rivendicazione orgogliosa di quanto già ottenuto nell'attuazione del nuovo statuto di autonomia showimg2e sugli impegni cui vincolare ancora di più lo Stato italiano per l'ancoraggio internazionale dell'autonomia e per il suo sviluppo, anche dopo la chiusura del "pacchetto" che appariva ormai imminente. Un discorso che Durnwalder aveva già fatto molte volte e che negli anni e nei decenni successivi avrebbe ripetuto all'infinito. Non era però quello che la gran parte degli astanti voleva sentirsi dire, non era un pronunciamento ufficiale per il definitivo superamento dei confini e la riunificazione del Tirolo. Erano scontenti e glielo fecero capire. Il presidente prese atto, ma nei giorni, nelle settimane e nei mesi successivi sarebbe tornato più volte a parlare di quei fischi cui non era abituato e che non gradì.

Dopo i discorsi arrivò il momento che gli organizzatori ritenevano cruciale: occorreva far approvare ai convenuti una risoluzione attentamente calibrata su un obiettivo politico, che era inevitabilmente quello della riunificazione tirolese ma su basi completamente diverse da quelle dal passato. Nessuna concessione alle nostalgie asburgiche e pangermaniste. Si parlava di Europa, di un nuovo continente aperto al regionalismo e allashowimg3 collaborazione tra i popoli. In questo processo d’integrazione europea doveva trovare posto una regione formata da tutti che le parti dell'antico Tirolo. Una realtà politica nella quale i vari gruppi linguistici avrebbero dovuto trovare la loro casa secondo il modello svizzero.

La risoluzione fu approvata e, pian piano, i manifestanti se ne ritornarono da dove erano venuti.

Dal mattino successivo il tema rimbalzò dai commenti in ordine sparso della stampa alle analisi delle segreterie di partito e degli organi di governo. Sembrò a molti allora che tutto sommato la manifestazione avesse segnato il limite oltre il quale anche i secessionisti più decisi non osavano spingersi. Qualche invocazione, qualche fischio e qualche slogan ma nulla di più. La SVP sfruttò come suo solito l'accaduto per proporsi a Roma come unico garante della moderazione e della concretezza sulla scena politica altoatesina e per sollecitare l'emanazione delle ultime norme di attuazione del pacchetto, anche per non dare troppo fiato alle trombe degli estremisti. All'interno del partito però il disagio, per la spregiudicatezza con la quale il giovane Waldner si era mosso nella circostanza, restava evidente e soprattutto occorreva prendere atto che temi come showimg4quello della riunificazione del Tirolo che per lungo tempo erano stati appannaggio esclusivo di ben definiti gruppi di estremisti, trovavano ora orecchie attente anche in settori della società del tutto diversi.

Un fenomeno nuovo che all'interno del partito di raccolta era valutato con attenzione e con preoccupazione.

Il raduno del Brennero può anche essere considerato, nella prospettiva storica di chi di chi racconta la storia della vertenza altoatesina, come un episodio tutto sommato minore, ma ebbe sicuramente l'effetto di introdurre, in un momento nel quale la battaglia pareva essere ancora e sempre quella tra fautori e avversari di una rapida e definitiva chiusura della controversia italo austriaca, un elemento nuovo: quello della costruzione in un'Europa in rapidissimo cambiamento di un'unità tirolese che comprendesse anche il Trentino non più abbattendo ma superando i vecchi confini.

L’Euregio in poche parole.

Se ne sarebbe parlato ancora e parecchio.

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