Maurizio Ferrandi

Alto Adige - Storia e storie

Druso

 

 

È molto probabile che la gran parte dei bolzanini, nel sentirsi chiedere chi possa essere mai stato quel Druso che, nel capoluogo altoatesino, dà il nome ad una delle strade più importanti della città, ad un ponte che la collega con il centro storico e ad uno stadio che vede le alterne fortune delle compagini calcistiche locali, avrebbero delle serie difficoltà.

A favorire questa scarsa conoscenza, il modesto livello di approfondimento che da sempre circonda la storia locale, utilizzata invece a man bassa dai nazionalisti dell'una e dell'altra lingua per confortare le proprie teorie.

 

La storia della conquista romana della terra tra i monti fu, in particolare, oggetto, durante il ventennio fascista, di un frenetico battage propagandistico che ha, al tempo stesso, assordato le orecchie dei neo immigrati italiani e disgustato perennemente l’animo della popolazione di lingua tedesca.

Il risultato è quello di un nome evocato sulle tabelle stradali e nelle mappe della città, ma che poco dice a coloro che quelle città abitano ed anche chi vi arriva come turista occasionale.Arte romana giovane principe giulio-claudio forse druso minore o germanico I sec

Eppure il personaggio, come si suol dire oggi, c’è tutto. Scorrendone rapidamente la biografia, viene da pensare che, se fosse vissuto oggi, Druso Germanico sarebbe divenuto un mito, una di quelle figure che restano incise indelebilmente nell'immaginazione e nei sentimenti delle masse. Poi si approfondisce di quel tanto la sua sorte, all'epoca in cui visse, e ci si avvede che anche allora, quella di Druso, finì per essere una delle figure più mitizzate ed esaltate del suo tempo. I meccanismi di attribuzione della gloria non sono dunque poi tanto diversi, nella civiltà delle comunicazioni di massa, rispetto a quanto avveniva nel foro romano.

Elemento chiave della fortuna postuma di questo condottiero militare fu indubbiamente la morte precoce.

Nerone Claudio Druso Germanico, questo il nome completo, nacque a Roma il 14 gennaio del 38 a.C. per morire, poco più che ventinovenne, a Mogontiacum, l'attuale Magonza, per una banale caduta da cavallo. Il fervido entusiasmo con cui ne parlano gli storici romani e l'abbondanza di raffigurazioni che ci sono state tramandate, testimoniano di una figura che, ad onta della giovane età, o forse proprio per quello, era entrata nell'immaginario popolare come quella dell'esemplare eroe romano, destinato forse ad assumere il governo della “res publica” come successore di Ottaviano Augusto. Il destino avverso che lo strappò alla vita non fece dunque che consolidarne la fortuna.

Ma torniamo agli inizi. Druso nasce come si diceva a Roma, nel seno di una delle famiglie più illustri e potenti della città. Suo padre è Tiberio Claudio Nerone, sua madre Livia Drusilla, la quale, proprio nei mesi in cui attende il bambino, divorzia dal marito per divenire poco dopo la terza moglie di Ottaviano Augusto. È inutile dire che su un simile intreccio, che non sfigurerebbe nel copione di una moderna telenovela, si sprecarono all'epoca le illazioni e le maldicenze sulla reale paternità del giovane Druso. Vi era, a Roma, chi affermava apertamente che il bimbo era figlio di Ottaviano, il quale non fece mai nulla per smentire la diceria, riservando a Druso attenzioni e affetto più che paterni. Lo storico Svetonio racconta che qualche epigrammista del tempo aveva scritto che vi erano fortunati che riuscivano ad avere un figlio in soli tre mesi, tale era il tempo passato dal nuovo matrimonio di Drusilla alla nascita del bambino.

Druso venne al mondo nella fase più tumultuosa di quelle lotte intestine che negli ultimi decenni avevano squassato la Repubblica romana. In quegli anni si andavano affrontando gli eserciti dei componenti dell'ultimo triumvirato. Una lotta feroce, dalla quale Ottaviano Augusto emerse finalmente come unico vincitore con la battaglia di Azio nel 30 a.C.. Aveva appena otto anni. Poco dopo, nel 27 a.C., il Senato romano conferì ad Ottaviano le insegne di imperatore. Finiva così il periodo della Repubblica ed iniziava quello del Principato.

In questo ambiente nacque e si formò il giovane Druso, avviato sin dagli anni della prima infanzia ai mestieri della guerra e del governo. Il favore di Ottaviano si manifestò quando aveva solo 19 anni e gli fu consentito di accedere al cursus honorum e cioè alle cariche pubbliche cinque anni prima di quanto permettesse la legge.

Nel 16 a.C. divenne questore e subito fu inviato da Ottaviano, assieme al fratello maggiore Tiberio, a risolvere uno dei problemi più spinosi che il nuovo imperatore si era trovato davanti al momento di assumere il potere.

 

Chiunque osservi su una carta geografica lo sviluppo delle conquiste di Roma, dai tempi delle prime guerre italiche  sino alla nascita dell'impero, non può fare a meno di notare come esse si siano sviluppate attorno alle rive del Mare Mediterraneo, che non a caso i romani chiamavano “nostrum”. Affrontando e demolendo via via senza pietà tutti gli avversari che si paravano loro davanti e che minacciavano lo sviluppo dei loro commerci, i romani si ritrovarono inevitabilmente a dover controllare i traffici che si svolgevano tra i vari porti di quel grande lago interno, su cui sino a quel momento si erano affacciate quasi tutte le civiltà e le grandi potenze dell'epoca, dai greci agli egiziani, ai Fenici, sino a quei Cartaginesi la cui distruzione garantì a Roma un dominio quasi indiscusso. Le zone interne, in Africa come in Europa, erano al massimo territori da utilizzare per lo sfruttamento delle risorse naturali, ma raramente richiedevano un'occupazione militare vera e propria.

A rompere questo schema fu Caio Giulio Cesare, il quale realizzò nel giro di pochi anni la conquista dell'intera Gallia, sbarcò Oltremanica, e portò le aquile delle legioni romane sin sul confine del Reno, a diretto contatto con le irrequiete tribù germaniche.

Dopo le conquiste di Cesare, il dominio romano ebbe indubbiamente un baricentro diverso. Occorreva difendere e tutelare i territori acquisiti e per farlo una potenza come quella romana, che non aveva grandi eserciti stanziali, ma che contava molto su un rapido dispiegamento delle sue truppe nelle zone dove fossero necessarie, aveva assolutamente bisogno di creare vie di collegamento veloci e sicure fra il centro e i nuovi confini. Su questa strada si ergeva però una grande catena montuosa.

Nello svilupparsi delle loro conquiste e romani avevano sino a quel momento ignorato le Alpi. Pragmatici com’erano, non attribuivano molto interesse a dei luoghi, privi di grandi risorse naturali, difficili da conquistare e da mantenere. Diffidavano per natura e per istinto da quelle pareti di roccia e da quelle selve.

Dovettero però misurarsi con quell'ambiente ostile, perché ormai non c'era scelta. Continuando a guardare la carta geografica dell'Europa non sfugge che la catena alpina entrava ormai come un cuneo in profondità nella fronte dell'impero romano. Le zone montuose, abitate da popolazioni ostili o anche solo semplicemente estranee, costituivano un rischio strategico troppo grande per lasciare la situazione così come la trovò Augusto al momento di assumere il potere assoluto.

C'era poi un altro problema altrettanto urgente: l'aver stabilito i confini dell'impero lungo il Reno comportava come detto la necessità di assicurare linee di trasferimento dei contingenti militari veloci e sicure. Era una prassi consolidata per i romani quella di costruire strade comode e ben difese in ogni zona nella quale estendevano la loro influenza diretta. Era stato così in Italia, con le Consolari che, partendo dall’Urbe, raggiungevano ogni angolo della penisola. Era stato così negli altri paesi conquistati. Così doveva essere anche nei nuovi territori del Nord. Il passaggio ideale per queste strade era però quello attraverso le Alpi.

Forzando il paradosso, si potrebbe dire che i romani non costruirono le strade avendo conquistato le terre alpine, ma s’impadronirono di quelle terre proprio per realizzare le nuove vie di comunicazione.

Quella romana era una formidabile macchina bellica, nella quale, più che i fanti o i cavalieri, eccellevano gli ingegneri e che era al servizio di un'imponente struttura pubblica che mirava soprattutto all'accumulo di beni di risorse, di ricchezze.

Così fu anche per le conquiste alpine, pianificate da Augusto e realizzate dai due giovani fratelli, cui fu dato modo di sperimentare così il loro valore e la loro capacità di comando: Druso e Tiberio.Augustus as pontifex maximus

Una buona parte del lavoro, va detto, era stata già compiuta negli anni precedenti da generali come Marco Vinicio e Terenzio Varrone Murena, che tra il 26 e il 25 a.C. avevano sottomesso il popolo dei salassi che abitava l'odierna Valle d'Aosta. Nel 23 a.C. Augusto aveva fatto conquistare e fortificare l'abitato di Tridentum, l'attuale Trento, che doveva costituire la base per tutte le successive operazioni militari. Nel 15 a.C. scattò infine l'operazione di conquista della Rezia vera e propria, ovverossia di tutto quell'enorme territorio che va dall'odierna Valtellina sino alla Venezia Giulia.

 

A questo punto, vale forse la pena di occuparsi un po' degli abitanti di questa terra tra i monti, di coloro che Druso si trovò davanti quando, nella primavera del 15 a.C., iniziò la sua avanzata. Pur essendo stati abbondantemente studiati negli ultimi decenni, i Reti continuano ad essere un popolo relativamente misterioso. Sulle loro origini si discute da tempo e in campo storico trovano spazio teorie come quella che li vuole discendenti imbarbariti degli Etruschi o come quelle che ne fanno invece dei pronipoti di popolazioni celtiche o galliche. È più facile che in ciascuna di queste ipotesi ci sia una parte di vero e che le varie tribù stanziate nelle valli alpine siano state il frutto di un successivo sovrapporsi d’immigrazioni e di invasioni, che erano iniziate già migliaia di anni prima, quando ondate di popoli indoeuropei avevano preso a stabilirsi nei territori alpini, via via liberati dall'ultima glaciazione.

Dei Reti sappiamo che erano popoli che non avevano certo raggiunto il livello di sviluppo e di civiltà dei loro vicini meridionali, condizionati probabilmente anche dalla scarsità di risorse delle zone in cui vivevano. Avevano sviluppato un sistema di fortificazioni situate su punti strategici, collocati solitamente sulla sommità di colline e montagne, i cosiddetti castellieri, sulle cui rovine non di rado furono edificati nel medioevo i castelli veri e propri.

Non dovevano essere degli sconosciuti per i Romani, perché è chiaro che le vie di passaggio attraverso le Alpi erano vie di commercio molto prima che le legioni vi facessero la loro comparsa. È certo che i Reti compravano e vendevano merci nelle città romane della pianura. È altrettanto certo che, di quando in quando, i mercanti si trasformavano in pericolosi razziatori che piombavano sulle ricche fattorie romane per conquistare un ricco bottino da riportare sulle montagne. A queste scorrerie, sino ad allora, i romani avevano opposto una reazione fatta di spedizioni punitive con le quali venivano incendiati villaggi, uccisi i guerrieri, fatti schiavi gli abitanti. Per un po' la situazione rimaneva tranquilla e poi le scorrerie riprendevano. Nel 15 a.C. però l'obiettivo militare non era più quello di pacificare provvisoriamente un confine, ma di annettere un'intera regione. I preparativi furono accurati e la pianificazione della campagna militare, curata personalmente da Augusto, fu tale da poter essere citata nei manuali di strategia bellica per i secoli a venire.

Fu la classica manovra a tenaglia: le forze furono divise tra Druso e Tiberio. Quest'ultimo mosse dalla Gallia, partendo dal territorio dell'odierna Svizzera e attaccando i reti e in una zona corrispondente pressappoco al Vorarlberg. Druso invece concentrò le sue forze nella Gallia Cisalpina, nella zona di Aquileia, poi, nell'inverno tra il 16 e il 15 a.C., raggiunse le posizioni di partenza a Tridentum. Nella primavera del 15 a.C. i soldati romani si mossero verso nord.

La storia della campagna è stata diffusamente raccontata dagli storici dell'epoca. Si sa che Druso lasciò ai suoi generali il compito di respingere il nemico e di conquistare la valle dell'Adige sino alla sorgente del fiume, in alta Valle Venosta, di oltrepassare l'attuale valico di Resia e di raggiungere così la valle dell'Inn. Per sé il giovane condottiero romano tenne il compito di conquistare la valle D’Isarco, valicando poi a sua volta il Brennero e scendendo verso l'ampia conca in cui oggi sorge la città di Innsbruck.

Non fu, è chiaro, una passeggiata dal punto di vista militare, anche se i romani erano nettamente superiori per armamento ed organizzazione, se non per numero. Druso dovette misurarsi personalmente con la tribù degli Isarci e poi oltre il passo con quelle dei Breuni e Genauni. Combatterono sino all'ultimo sangue perché conoscevano i Romani e sapevano quale sarebbe stata la loro sorte in caso di sconfitta.

Tacito, nell’Agricola, fa pronunciare, ad un condottiero che arringa i suoi uomini prima di affrontare i Romani, una frase rimasta celebre: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”,  fanno il deserto e poi la chiamano pace.guerre-daciche

L'espressione sintetizza in maniera perfetta il comportamento dei romani nei confronti dei popoli vinti in battaglia. Se, a chi si sottometteva senza prendere le armi, poteva essere garantita una forma di protezione, che implicava comunque una totale sottomissione e il pagamento di onerosi tributi, chi prendeva le armi contro Roma non poteva sperare nella misericordia dei vincitori.

Così fu anche per i Reti, che furono sconfitti e annientati. I guerrieri superstiti furono passati per le armi o fatti schiavi assieme alle donne e ai bambini e deportati verso altre e lontane regioni dell'impero. Roma non voleva lasciarsi alle spalle pericolosi focolai di rivolta. Si salvarono probabilmente solo che riuscirono a rifugiarsi sulle montagne più alte, mentre nelle valli arrivavano coloni da altre zone e le guarnigioni incaricate di sorvegliare il bene più prezioso: la nuova strada che gli ingegneri costruivano a tempo di record dopo il passaggio delle legioni e che si chiamò via Claudia Augusta.

 

A questo punto vale la pena di aprire un'altra piccola parentesi per parlare delle strade romane. Sono uno dei segni più evidenti e ancor oggi visibili della grandezza dell'impero. Una rete di vie di comunicazione che collegava Roma con tutte le parti d'Europa. Le strade romane non erano solo degli strumenti per spostare rapidamente le forze militari da un capo all'altro dei vasti possedimenti dell’Urbe. Erano un fattore chiave per i commerci, per l'invio della corrispondenza pubblica e privata. E romani avevano imparato costruire strade dagli Etruschi, ma poi avevano perfezionato in maniera enorme la loro capacità di creare quello che oggi sarebbe definito, con parole inglesi, uno standard applicabile, con poche variazioni, dall'Africa al Nord dell'Europa. Anche per la via Claudia Augusta il primo progetto fu redatto dagli architetti. Oggi sappiamo che la via partiva da Altino, vicino a Padova e risaliva verso le Alpi, percorrendo sicuramente l'attuale Valsugana e raggiungendo così Tridentum. Poi piegava verso nord, valicando quasi subito il corso del fiume Adige e risalendo verso nord sulla destra orografica. Gli ultimi studi collocano il tracciato principale sulle alture che oggi fanno parte del cosiddetto Oltradige. La strada seguiva la valle dell'Adige sino all'attuale conca di Merano, dove era situata Maia, una delle principali stazioni di sosta. Quindi il percorso proseguiva lungo tutta l'attuale Valle Venosta, sino a valicare il displuvio per scendere nella valle dell'Inn. Anche oggi chi vuole raggiungere la parte occidentale della Germania, evitando il trafficato nodo di Monaco, rinuncia alla comodità dell'autostrada e imbocca la stretta valle che conduce verso Ulm, attraverso il Fernpass. È lo stesso percorso individuato dagli architetti romani duemila anni fa e che portava la via Claudia Augusta verso il traguardo finale, situato nei pressi di una città, che non a caso allora era denominata proprio Augusta e che oggi conosciamo invece come Augsburg. Un percorso di circa 500 chilometri, segnato ogni miglio romano, equivalente a circa 1480 metri, da una pietra miliare e interrotto ogni 18 miglia da una stazione di sosta. Se si fanno i calcoli, non potrà sfuggire che la distanza è più o meno quella che separa, sulle nostre autostrade, una stazione di servizio dall'altra. La strada era realizzata con una tecnica raffinatissima che prevedeva uno scavo iniziale profondo sino a 6 metri e colmato poi con vari strati di materiale, sino ad arrivare alla sommità composta di enormi pietre fissate e livellate contro il calcestruzzo. La strada era realizzata con una superficie a dorso di mulo per favorire lo scolo delle acque e se oggi noi troviamo sconnessi i pezzi di strada romana che sono rimasti, è semplicemente perché il calcestruzzo si è deteriorato con il tempo lasciando affiorare le pietre. Sulla via Claudia Augusta, come sulle altre strade, viaggiavano i carri dei mercanti, che dovevano pagare esose gabelle, i messaggeri che portavano la corrispondenza pubblica e che in caso di necessità potevano percorrere sino a cinquecento miglia in ventiquattro ore e recapitare quindi i loro messaggi in un tempo non molto più lento di quello adoperato dalle poste nei giorni nostri. Più lento evidentemente il cammino di una legione, che però, a seconda del tipo di armamento che doveva trasportare con sé, poteva percorrere dai 25 ai 40 chilometri il giorno. Un ritmo in grado di far percorrere al piccolo esercito tutta la via Claudia Augusta, dall'Adriatico al Danubio, nel giro di poco meno di un mese. Una capacità di spostamento rimasta imbattuta sino all'invenzione delle ferrovie e del motore a scoppio.

 

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La costruzione della via Claudia Augusta cambiò volto dunque ai territori conquistati da Druso. In luogo dei castelli dei castellieri retici abbarbicati sulla cima delle montagne, sorsero le stazioni di sosta che diventarono in breve punti di scambio anche per la popolazione civile. Di alcuni di essi conosciamo anche i nomi e la dislocazione. Abbiamo parlato di Maia, nella conca dove oggi sorge Merano ed ancor più famosa è la stazione di Pons Drusi, edificata vicino ad un ponte nella vasta pianura dove confluiscono tre corsi d'acqua: l'Adige, l'Isarco e la Talvera, e che oggi è completamente occupata dalla città di Bolzano. Gli storici raccontano che in questi luoghi fu probabilmente combattuta una delle battaglie più importanti, forse quella decisiva, tra Druso e le popolazioni retiche. Scorsero, affermano, fiumi di sangue o forse, più realisticamente fu arrossata dal sangue dei combattenti l'acqua dei numerosi corsi che in quell'epoca trasformavano la conca in una grande palude. Da Pons Drusi si ripartiva un'altra strada che attraverso la valle d’Isarco collegava tutta la parte orientale delle terre conquistate inclusa nella provincia romana del Norico.

 

Terminata la fase della conquista bellica, eliminata nel modo più brutale ogni forma possibile di resistenza, iniziava così la fase della colonizzazione vera e propria, con l'assegnazione di terre ad ex legionari o ad altri elementi considerati fedeli. Si apriva una fase storica che sarebbe durata senza troppi sussulti per almeno quattro secoli, sino alle prime invasioni barbariche.

Abbiamo lasciato Druso vittorioso, mentre si incontra per celebrare il trionfo con il fratello Tiberio. Eseguita magistralmente l'operazione di conquista dell'arco alpino, ai due giovani condottieri Augusto, affidò un incarico sicuramente più difficile e pericoloso: quello di pacificare il confine orientale, togliendo ogni velleità alle tribù germaniche che premevano sul Reno. Dal 13 al 9 a.C. Druso fu impegnato quasi stabilmente in tutta una serie di operazioni militari rivolte a pacificare in maniera definitiva la frontiera germanica. Conseguì numerose brillanti vittorie, ma si rese probabilmente conto che, come gli avvenimenti nei secoli successivi avrebbero dimostrato, i Romani potevano al massimo sperare in una tregua, ma non certo in una vittoria definitiva contro un nemico militarmente sempre più forte e sempre più deciso a conquistare i ricchi territori dell'impero. La carriera di Druso correva veloce verso traguardi sempre più alti. Divenne questore e poi console, sempre con cinque anni di anticipo rispetto ai limiti fissati dalle leggi. Tra i due figliastri di Augusto era sicuramente il preferito dell'Imperatore, anche se minore di età rispetto a Tiberio. Sarebbe potuto facilmente succedere al patrigno nella consacrazione dinastica del governo della cosa pubblica. Era un modello anche dal punto di vista della vita privata. Aveva sposato Antonia Minore figlia di Marco Antonio e Ottavia Minore, sorella di Augusto. Matrimonio sicuramente politico, ma fortunato. I due si amavano teneramente e rimasero fedeli l'uno all'altra anche durante le lunghe assenze di Druso. Il fatto che gli storici rilevino in modo particolare questo passaggio, fa pensare che la cosa non dovesse essere così abituale. Nacquero anche numerosi figli dei quali però solo tre sopravvissero: il maggiore ereditò dal padre il nome di Germanico, il secondo, Claudio, sarebbe asceso nel 37 d.C. alla guida dell'impero dopo Tiberio e Caligola, la terza fu una femmina, Livia Giulia.

Una sorte maligna tuttavia attendeva Druso, impegnato nell'ennesima campagna militare sul confine germanico. Nell'agosto nel 9 a.C., mentre stava rientrando da una spedizione sino alle rive dell'Elba, cadde da cavallo. Sembrava un incidente banale, ma sopravvennero delle complicazioni che in quei tempi erano di solito fatali. Druso fu trasportato nella città romana di Mogontiacum l'attuale Magonza. Durò un mese e non volle affrontare i disagi di un trasferimento a Roma. Morì il 14 settembre e accanto al suo letto c'era il fratello Tiberio, accorso dall'Illiria, dove stava combattendo. Fu lui a raccoglierne le ceneri e a portarle a Roma dove furono tumulate nel mausoleo di Augusto. Si narra che l'imperatore, stravolto dal dolore, volle scrivere di persona una biografia del giovane eroe che purtroppo non ci è pervenuta. Un monumento funebre alla memoria di Druso e ancora oggi visibile nella città di Magonza dove morì.

La vera celebrazione della sua gloria militare, però, è in un altro luogo.

Sono pochi i turisti in viaggio verso il sud della Francia che resistono alla tentazione di proseguire verso le spiagge di Nizza o la mondanità di Montecarlo per fermarsi, poco oltre il confine di Ventimiglia, nella località di La Turbie. Qui pochi anni dopo la morte di Druso, Augusto fece erigere un enorme mausoleo per celebrare la conquista delle Alpi. La parte che ancora ne resta, dopo le distruzioni dei secoli passati, ricorda con un'iscrizione le vittorie conseguite e il lungo elenco di popoli sottomessi, tra cui proprio quelli battuti da Druso.

 

Trophée dAuguste - La Turbie 06

Potremmo fermarci qui nel raccontare le vicende di un eroe romano di duemila anni or sono, se non fosse necessario aggiungere ad esse un'appendice collocata quasi ai giorni nostri. Dimenticato quasi per un paio di millennii, Druso tornò ad essere un personaggio chiave nelle vicende altoatesine nel secolo scorso, grazie, o forse è meglio dire per colpa, dei nazionalisti. Già durante il Risorgimento le antiche glorie di Roma erano state utilizzate (basti pensare all'Elmo di Scipio, che viene fatto cingere da Mameli, in quello che poi divenuto l'inno nazionale italiano) per dare vigore e sostanza alla volontà di riscatto nazionale. Un fenomeno, sia chiaro, che ebbe parallelismi in tutta Europa. Se gli italiani guardavano alle glorie romane, il romanticismo tedesco recuperava in chiave nazionale le leggende dei Nibelunghi e il nascente nazionalismo panslavo esaltava le rivolte contro i Turchi e la ferocia di antichi Zar. Quando dunque i nazionalisti italiani misero gli occhi sul confine del Brennero come limite all'espansione dell'Italia, non poterono non scavare nel passato per trovare modelli e giustificazioni alle loro pretese. Antesignano in questo campo fu sicuramente il roveretano Ettore Tolomei, che ribattezzò Alto Adige quello che allora era denominato solo come il Tirolo del sud e che fu tra i primi a rievocare le antiche glorie di Druso per dimostrare che la presenza tedesca poteva essere ignorata o comunque sminuita. Quando, nel 1922, Mussolini e il fascismo andarono al potere, l'utilizzo in chiave politica delle antiche glorie romane divenne una delle chiavi di volta della propaganda in camicia nera. Tolomei, che si era assunto il compito di guidare l'italianizzazione dell'Alto Adige, non tardò a contrapporre la figura del giovane generale romano a quella di un poeta medioevale tedesco Walther von der Vogelweide, la cui statua sorgeva allora, come oggi del resto, nella piazza principale di Bolzano. Il monumento a Walther era stato realizzato e collocato in quel luogo alla fine dell'Ottocento e il fatto che il volto del poeta fosse rivolto verso sud, fu sempre interpretato come un segnale preciso per riaffermare l'identità linguistica e culturale del luogo. Così, qualche anno dopo, gli irredentisti trentini collocarono nella loro città la statua di un altro poeta, Dante Alighieri, che guarda invece verso nord. Vista in questo contesto, la presenza della statua di Walther era per Tolomei un affronto da eliminare a qualsiasi costo. Vinta la titubanza delle gerarchie fasciste, che volevano evitare se possibile di provocare ulteriore malcontento nella popolazione tedesca, egli riuscì a far spostare altrove la statua, per un esilio che sarebbe durato qualche decennio. Al posto di Walter von der Vogelweide doveva essere collocata una statua di Druso. Fu scelta come modello quella conservata nel museo del Laterano e che rappresenta Druso vestito da generale in un’iconografia classica del periodo imperiale. Fu lanciata una raccolta di fondi per realizzare la statua che, verso la fine degli anni '30 fu fusa in bronzo in un laboratorio di Roma. Anche in questo caso tuttavia la preoccupazione delle autorità di evitare un gesto che avrebbe oltremodo innervosito la popolazione locale, ritardò a dismisura il trasporto della statua ha Bolzano. Sulle pagine della sua rivista, l’Archivio per l’Alto Adige, Tolomei non mancò sino agli ultimi numeri del 1943 di lamentare il ritardo nel far tornare a Bolzano il conquistatore Druso. Poi tutta la vicenda finì nel gorgo della guerra e della statua non si è mai più saputo nulla. Forse è stata fusa per ricavarne del metallo, forse distrutta dai bombardamenti. Ne restano solo alcune copie in piccole dimensioni, una delle quali è sotto gli occhi di chi scrive queste pagine.

Col piccolo mistero di una statua scomparsa, finisce anche la storia di Druso, condottiero romano, giovane eroe morto precocemente, imperatore mancato. Forse quando si saranno attenuati gli echi delle strumentalizzazioni nazionalistiche, qualche bolzanino in più vorrà studiarne le gesta, per non rischiare di confonderlo con un ponte, una lunga strada piena di traffico, un campo da calcio.

 

 

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