Maurizio Ferrandi

Alto Adige - Storia e storie

Silvius

Silvius

L’oratore di Castelfirmiano (*)

 

Forse a indurre in errore sono la data di nascita e quella di morte: 5 gennaio del 1914, sull'atto anagrafico del Comune di Merano che certifica la venuta al mondo di Silvius junior, figlio di Silvius senior, severo magistrato austroungarico di origine trentina, e di Helene Redler, originaria di Bregenz, in Austria. Poi 25 maggio 2010, ben dentro il terzo millennio, per una morte arrivata a un ventennio dal ritiro totale, irrevocabile dalla scena politica.

 

L'anagrafe colloca dunque con certezza Silvius Magnago nel 1900, con un destino politico pienamente iscritto nel cosiddetto “secolo breve”.

 

Affermazione inoppugnabile, eppure qualcosa nel ragionamento non funziona.

C'è nella figura del Padre della Patria sudtirolese un elemento che urta contro questa definizione che stride con i modelli di politica e di politici che nel'9000 sono andati per la maggiore.

 

Una sensazione che chi scrive ha avuto spesso nei numerosi momenti di colloquio e d’incontro professionale con Magnago, ma che è rimasta per tanto tempo a un livello di pura intuizione, senza fissarsi su giudizio più ragionato.

 

A farla tornare alla mente, durante il “ripasso” che ha preceduto la stesura di queste righe, un fatto minore, poco più che un aneddoto.

 

E' Magnago, intervistato da Hans Karl Peterlini, a raccontare: siamo nei turbolenti anni '60, le cronache quotidiane riportano ogni giorno le notizie degli arresti dei processi e delle condanne, che colpiscono sopratutto quel gruppo di sudtirolesi più o meno giovani che hanno scatenato la “guerra dei tralicci”.Feuer Nacht giugno 1961 Una sera il capannello di casa Magnago suona e alla porta c'è Rosa Klotz, moglie di quel Georg divenuto già icona di chi nel Sudtirolo vuole la lotta armata contro l'Italia.

E' venuta per parlare, per chiedere, forse per accusare. Prima ancora che il dialogo possa iniziare è Magnago a parlare: “Signora – dice -questa è la mia abitazione, non il mio ufficio. Per queste cose lei deve venire nel mio ufficio”.

Una scortesia? Il modo di cavarsi da un impiccio imbarazzante?

Né l'uno né l'altro, se si è conosciuta Magnago. Dietro a questo puntiglio formale c'è una mente educata, abituata a un grande ordine, una logica che non ammette facilmente l'improvvisazione, l'emozione, l'estro del momento.

 

Per Silvius Magnago, ogni cosa deve stare ordinatamente al suo posto, nel suo ufficio come nella sua vita e nella sua azione politica. E questo non a caso.

 

Una “forma mentis”, che allo statista sudtirolese deriva probabilmente da una precisa eduzione familiare, dall'esempio e dalla figura del padre, dal modello con esso introiettato di quel mondo tutto particolare che fu, fino alla tragica conclusione bellica, quello preordinato ad amministrare il grande Impero d'Austria.

Un mondo che faceva dell'ordine formale(Adjustierung), del rispetto delle regole e delle buone maniere (gli affari d'ufficio si discutono in ufficio durante le ore d'ufficio), qualcosa di molto di più di un semplice galateo pubblico. Un universo multinazionale modellato con pazienza sulla figura di un Imperatore che non disdegnava di evitare raffigurazioni bellicose, per essere invece considerato come “ il primo impiegato del regno”.

 

Silvius Magnago nasce pochi mesi prima che la sequenza di eventi dell'estate 1914 conduca alla guerra. Cresce in un Tirolo schiacciato e impoverito progressivamente dal peso dello sforzo bellico. Ha poco meno di cinque anni quando le troppe italiane fanno il loro ingresso a Bolzano e si accasermano nelle stesse stanze, dove fino a pochi giorni prima sostava l'armata imperiale. Conosce gli ultimissimi barlumi della scuola tedesca e poi la progressiva italianizzazione delle materie di studio, degli insegnanti. Si laurea a Bologna ma la tesi riguarda il dritto germanico. Presta gli onori militari al Duce, ma è pronto a mettersi a disposizione dell'autorità germanica quando inizia il drammatico processo delle opzioni.Ovviamente la sua scelta è per la nazionalità tedesca e si completa con il vestire nel 1943 la divisa della Wehrmacht e quella macchiare di sangue, con una mutilazione che resterà uno dei suoi segni identificativi.

Non è dunque impossibile pensare che questa formazione abbia radicato nel Magnago giovane studente, militare, uomo fatto e poi politico per vocazione un rispetto profondo per quel mondo andato definitivamente perduto, per quella forma esteriore, specchio di una disciplina interiore, tutte e due brutalmente spezzate, ma proprio per questo ancor più desiderabili.

 

Quello della visita serale di Rosa Klotz è un episodio minore, ma in questa chiave possono essere letti e riletti molti tra i momenti fondamentali dell'azione politica di Magnago. Ne abbiamo scelto uno tra i tanti, probabilmente il più noto e citato, per provare a spiegare come mai gli italiani, politici, giornalisti semplici cittadini abbiano spesso equivocato sulla figura di Magnago, sia quando lo lodavano che quando lo esecravano.

 

Il momento chiave è quello storico del discorso di Castelfirmiano del novembre 1957.

Scorrendone i passaggi centrali cercheremo di ricostruire a posteriori una figura, una politica.

 

A questo punto una piccola sorpresa impone di aprire una parentesi.5550 000

 

Nonostante una ricerca abbastanza puntigliosa, non è emerso un testo completo del discorso. Anche in volumi recenti ci si affida a quanto comparve il giorno successivo alla manifestazione sul quotidiano Dolomiten, poi ripreso dal Volksbote, organo ufficiale del partito. Un testo che interpolava anche parti del discorso con dei sunti effettuati dal cronista dell'epoca. Resoconto indubbiamente tale da non lasciar dubbi sui contenuti sostanziali dell'allocuzione, ma la versione integrale di un discorso fondamentale per la storia altoatesina del 1900 non c'è.

Peccato davvero. Non resta che sperare a questo punto che il documento sia conservato nei fondi lasciati dallo stesso Magnago che ci si augura siano resi pubblici quanto prima.

Parentesi chiusa

 

Siamo dunque nella spianata di Castelfirmiano nel primo pomeriggio del 17 novembre del 1957. Decine di migliaia i sudtirolesi arrivati da tutte parti della provincia, per ascoltare, ma non pochi, anche per agire. C'è, diffusa, la sensazione che sia una giornata cruciale che il messaggio da mandare a Roma sia ben più deciso di quello lanciato da una semplice adunata. Mischiati tra gli altri gli uomini del BAS , Befreiungsausschuss Südtirol , fondato un anno addietro. L'idea neppur troppo celata è quella di chiudere la riunione nel castello con una marcia su Bolzano, forzando il blocco di Polizia e Carabinieri, violando il divieto imposto dalle autorità che hanno negato alla SVP di tenere il comizio nel capoluogo.

 

Proprio da questo aspetto della questione comincia il discorso di Magnago

 

Cari altoatesini, cari abitanti di questa terra, voi capirete che io porto una grande responsabilità per questa manifestazione. Ho dato la mia parola come organizzatore e come Obmann della SVP che dopo questa manifestazione tutto si concluderà. Ciò significa che dopo questo raduno non ci sarà nessuna marcia, non ci saranno ulteriori iniziative.

 

Urla dalla folla: “Ma altri ci hanno dato invano la loro parola”.

 

Tuttavia ho dato la mia parola di tedesco e vi prego di rispettarla, poiché tra di noi la parola di un tedesco ha sempre avuto valore. Sappiamo bene che altri non hanno tenuto fede alla parola che ci diedero, ma noi dobbiamo dimostrare di essere migliori di costoro.walter 3

 

E debbo ancora spiegarvi, adesso, perché ci hanno costretti quassù […]. La situazione, dunque, è chiara. Il Commissario del Governo ha capitolato di fronte ad una minoranza di neofascisti e di altri nazionalisti italiani. E poiché una minoranza è dunque riuscita ad impedire alla maggioranza di tenere questa manifestazione ove essa voleva, oggi noi siamo costretti qui. Un tempo i fascisti ci impedirono ogni forma di manifestazione e di libertà. Lo scorso anno ci fu impedito di manifestare per le pressioni dei neofascisti ed oggi queste pressioni ci hanno imposto di spostarci qui. Ed oggi siamo di fronte dunque ad una capitolazione del Governo davanti ai neofascisti. Sono sempre loro che vogliono privarci della nostra libertà.

 

Tutto quel che è avvenuto negli ultimi giorni, illustra meglio di ogni altra cosa quale sia, in tema di libertà, lo stato delle cose oggi in Alto Adige.

 

 

 

Il primo pensiero del giovane Obmann è comunque quello di tagliar corto, di smorzare sul nascere ogni velleità. La marcia su Bolzano non ci sarà – non ci può e non ci deve essere. Non si cura neppure Magnago di dare ai manifestanti una motivazione di tattica o di strategia politica per fermarli. Lui ha dato la sua parola di Tedesco e tanto deve bastare. A tutti. E tanto basterà

 

E qui ritorna, inevitabile, il paragone fatto in apertura. Quello di Magnago non è un trucco da oratore, un mezzuccio istrionico per bloccare la folla agitata. In quel concetto morale di parola d'onore data e mantenuta c’è di nuovo tutto quell'ordine superiore di concetti di comportamenti, al quale egli crede profondamente, davanti al quale neppure la sua stessa volontà è sovrana. La gente lo sente e lo segue.

Di marcia su Bolzano non si parla più

 

C’è poi un altro elemento chiave

Si badi bene ad un fatto: nel discorso di Castelfirmiano conta quasi più quel che non è scritto, quel che poteva essere detto e che Magnago non disse.

 

La storia insegna che i Sudtirolesi sono politicamente “freddi”. Non sono propensi a scendere in piazza ad ogni piè sospinto, non amano troppo né ribellarsi né manifestare, ma sul finire degli anni '50 una lunga serie di delusioni cocenti di umiliazioni, di avversità aveva creato un clima di profonda frustrazione.

A agitare le menti contribuiva anche il contesto internazionale di quei mesi, di quegli anni. Era forte il fascino emanato dai movimenti di liberazione nazionale. Dall’India di Ghandi all'Africa, dal Vietnam all'Algeria. L’assetto postbellico mostrava crepe profonde. Pareva e non a pochi, che un pugno di uomini decisi e dietro di essi un popolo convito delle sue ragioni potessero abbattere qualsiasi ostacolo, conquistare qualsiasi traguardo.

 

Davanti a questa folla e in questo clima parlava Magnago.

 

E' facile immaginare a cosa potesse essere spinto un oratore che s’innamorasse dei sentimenti che avvertiva tra chi lo ascoltava in quel pomeriggio, che cosa avrebbe potuto dire, narrando le sofferenze del suo popolo, il suo tormento passato e le sue incertezze future.

 

Nulla di tutto ciò. Magnago gela il clima limitandosi a deplorare un'Autorità condizionata dalla destra italiana, poi passa ad altro.

 

Ed ora veniamo al tema dei due miliardi e mezzo. 30 giorni or sono il Governo romano ha assicurato lo stanziamento di due miliardi e mezzo di lire per la realizzazione di un nuovo quartiere a Bolzano.   Con questi due miliardi e mezzo la misura è colma.

Così ci siamo detti che dovevamo gridare più forte perché se qualcuno è duro d'orecchi l'unico modo per farsi sentire è quello di gridare più forte. Per questo oggi siamo qui a manifestare e posso assicurare che in futuro grideremo sempre più forte se faranno finta di non sentire.

 

Ci dicono: ma perché protestate per questi due miliardi e mezzo. Ogni provincia ogni comune si rallegrerebbe di ricevere del denaro per le case popolari. Avete perso il senno, siete così antisociali da voler impedire ai poveri diavoli di ricevere una casa?

Dalla fine della guerra in poi si fa politica con la scusa del sociale. Noi non abbiamo nulla contro le case popolari in quanto tali. Quel che si discute è il senso, è la necessità di queste case popolari.

 

E siamo giunti al punto cruciale: l'immigrazione.zendron2

 

La politica di edilizia sociale è la conseguenza di quel processo immigrazione che ci sta strangolando nella nostra stessa Heimat.

 

Voglio darvi adesso solo alcuni dati. La città di Bolzano, una città duramente bombardata, era in uno stato, dopo la guerra da non permettere a tutti gli abitanti di prima del conflitto di poter avere una propria casa. Ora riflettiamo sul fatto che in undici anni, in questa città bombardata sono arrivati decine di migliaia di italiani in più di quelli emigrati per mancanza di abitazioni.

 

(…...)

 

E ci saremmo attesi dal Ministro Togni, che pochi mesi orsono fu a Bolzano per constatare i danni provocati dall'alluvione, che egli mantenesse le sue promesse verso gli alluvionati, ma non che, invece di questo, partisse con un nuovo programma di edilizia popolare.

 

 

(….)

 

Se oggi a Bolzano ci sono così tanti senza casa, come hanno fatto costoro a ricevere la residenza. In base alla legge la si può avere solo si ha un'abitazione. Come fanno allora tanti “senza tetto” a ricevere la residenza senza avere una casa. Sappiamo a sufficienza come funzionano le cose oggi a Bolzano. Si costruiscono centinaia di case e vengono assegnate a coloro che vivono nelle grotte e nelle baracche. Solo che questi baraccati vengono immediatamente sostituiti da nuovi immigrati. Ed anche per questi devono essere costruite nuove case. E così avanti senza fine. E questo è il grande inganno dell'edilizia sociale a Bolzano

 

(…..)

 

A Bolzano nel dopoguerra sono state costruite 6780 nuove abitazioni e nonostante questo c'è sempre necessità di nuove case. Chi riceve dunque nuove abitazioni? Quasi esclusivamente italiani?

E perché? Perché queste nuove case costruite con fondi statali sono riservate fondamentalmente a quelle persone che si trovano in grande difficoltà. E questo accade ovviamente per coloro che sono arrivati qui di recente. E chi è arrivato ieri? Non noi ma gli italiani.

 

(…)

 

Se si vuole veramente garantire la pace sociale a Bolzano occorre riconoscere al gruppo tedesco una quota corrispondente delle nuove abitazioni. Se chiediamo garanzie certe in questo senso, noi non agiamo in modo antisociale ma operiamo per la giustizia.

 

 

(...)

Magnago ricorda a questo punto l'affermazione del Ministro Tambroni secondo cui Bolzano è destinata a diventare una grande città e la paragona con quelle analoghe di Mussolini.

 

Questa affermazione finisce per creare grande inquietudine poiché a Bolzano verranno dunque poste le premesse per una sempre maggior immigrazione di italiani. E io a questo punto vorrei chiedere al Ministro dell’interno Tambroni perchè non dice a Trento o Treviso o in un'altra città che queste sono destinate a divenire una grande città ma solo a Bolzano. I trentini sarebbero assai felici ed egli troverebbe totale adesione tra di loro se promettesse di fare una grande città della loro città.

 

 

Assieme a quella sulla fine della prima autonomia (il cosiddetto Los von Trient), è il cuore vero del discorso di Catelfirmiano. Anche qui non si può far a meno di notare come l'oratore rifugga da ogni tentazione emotiva. Il concetto di Todesmarsch, la cosiddetta marcia della morte con l'immigrazione italiana che mirava a ridurre in minoranza i sudtirolesi sullo stesso suolo della loro provincia viene evocato solo indirettamente. Ci si concentra sulle cifre, sui dati, su una contabilità che non è arida perché sottende concetti politici, come vedremo, di grande importanza, ma che di nuovo rifugge da ogni facile demagogia.magnago klein

 

Magnago non fu mai proprio per questo un grande oratore da comizio. Aveva però due doni che gli permettevano di avvincere gli ascoltatori più di altri capi, di disegnare col discorso grandi figure retoriche.

Era diretto, efficace e brutalmente sincero. Concreto e immediato. E pronunciava i suoi discorsi, nessuno che l'abbia sentito può dimenticarlo, con una voce che mutava di tono, passando dal registro basso a quello acuto, sottolineano i concetti chiave più e più volte.

Non cercava a tutti i costi il consenso. Lo otteneva.

 

Così, ancora, a Castelfirmiano

 

Gli italiani sostengono che il trattato (Degasperi Gruber ndr) è stato onorato. Noi diciamo il contrario. E lo dimostrerò. Il principio della parificazione della lingua tedesca negli uffici pubblici contenuto nel Trattato non è stato realizzato. Capisco che il bilinguismo non possa essere realizzato dall'oggi al domani quando il 90 per cento degli impiegati è italiano, ma possiamo almeno chiedere agli italiani che venga attivato il processo verso la realizzazione di questo bilinguismo. Non ci lamenteremmo se riscontrassimo buona volontà Esiste un decreto legge che impone per l'assunzione di nuovo personale nel Sudtirolo la conoscenza della lingua tedesca, ma finché continueranno ad essere emanate leggi che non prevedono quest'obbligo, non vi sarà l'adempimento pieno dell'obbligo di parificazione.

 

(….)

A questo punto Magnago passa ad occuparsi della ripartizione degli impieghi pubblici.

 

 

Ma quando viene bandito il concorso per un posto pubblico nel Sudtirolo, i sudtirolesi debbono partecipare assieme ad innumerevoli concorrenti appartenenti ad un popolo di 48 milioni di italiani.

E vengono facilmente banditi concorsi per posti che richiedono un titolo di studio elevato cui molti non possono partecipare poiché per 30 anni il fascismo ha annientato la cultura e proibito ogni formazione nel Sudtirolo. Ed invece non vengono messi a concorso i posti cui nel Sudtirolo vi sarebbero aspiranti in misura sufficiente, ad esempio nei livelli inferiori dell'amministrazione delle strade, delle poste, ferrovie ed altri servizi.

Venisse messo a concorso un posto di portalettere sino nella valle di Casies, esso non sarà riservato ai locali ma a concorrenti sino giù a Palermo.

 

 

Le case, il pubblico impiego. Nel discorso di Castelfirmiano ci sono già “in nuce” gli elementi chiave di una seconda autonomia che arriverà più di un decennio dopo. La proporzionale nell'assegnazione degli alloggi pubblici, nella ripartizione del pubblico impiego , il bilinguismo. C'è un disegno politico chiaro con obiettivi concreti e definiti. Magnago, e con lui la SVP, sa già dove vuole arrivare e sa che a differenza degli altri non si fermerà sino a quando non lo avrà ottenuto. E' questo un punto di forza essenziale, l'elemento chiave che lo condurrà assieme al suo insostituibile braccio destro Alfons Benedikter ad ottenere nel 1972 e ad attuare completamente nel 1992, quanto delineato nel 1957.

 

E' questa la differenza fondamentale e il grande vantaggio di Magnago nel suo rapporto con il mondo politico italiano. A Roma come a Bolzano la questione altoatesina viene gestita, in tutto il secondo dopoguerra, in modo traballante ed ondivago. Nel 1946 Degasperi firma il trattato con Gruber e il giorno dopo il fior fiore della diplomazia italiana lo sottopone ad una sorta di processo sommario imputandogli di aver inutilmente svenduto la sovranità italiana regalando alla minoranza tedesca una tutela internazionale del tutto contraria agli interessi del paese.

E’ la politica del doppio binario, che prosegue negli anni successivi. L'autonomia arriva ma ancorandola alla maggioranza italiana del Trentino si cerca di svuotarla nella sostanza. Gli altoatesini come ricorda Magnago sono blanditi a parole e raggirati con la tattica del rinvio 800px-PassionsspielhausUndDornenkroneErl.005166

 

Magnago a tutto ciò oppone quella rigida logica da politico dell'800, che non si lascia catturare mai nemmeno per un attimo dalle favole del ribellismo terzomondista, dai sogni di rivolta.

Ai politici italiani che lo blandiscono che alternano minacce a lusinghe, replica ripartendo ogni volta da quelle richieste concrete, dai dati di fatto, degli obiettivi specifici sui quali non si posa, neppure per un attimo, la polvere delle esplosioni negli anni degli attentati.

Usa cinicamente i terroristi ma non se ne lascia usare. Respinge sull'uscio di casa le richieste di Rosa Kkotz e si guadagna così in certi ambienti un rancore che arriverà persino, mezzo secolo dopo, a lambire la sua bara, il giorno dei solenni funerali.

 

Magnago non si ferma di fronte ai miti del nazionalisti. Ha altro fare. Però deve prima smontare il marchingegno degasperiano della prima autonomia,.

 

Torniamo nella spianata di Castelfirmiano

 

L'Accordo di Parigi prevede un'autonomia solo per il Sudtirolo.Ammesso e non concesso che l'autonomia che oggi noi abbiamo sia stata emanata in attuazione dell'Accordo di Parigi,noi dobbiamo comunque sottolineare che esso risulta largamente inadempiuto. A oltre dieci anni dalla sua emanazione, non più del 40 per cento delle competenze riconosciute a norma di Statuto alla Provincia sono state realmente ad essa trasferite.

Le nostre leggi provinciali vengono rinviate dal Governo con la motivazione che le corrispondenti norme di attuazione dello Statuto non sono ancora state emanate. Nonostante la competenza statutariamente fissata per la Provincia in materia di edilizia popolare, essa – come già detto, ci viene ancora sottratta.

Nemmeno la competenza in materia scolastica che ci spetta in base allo Statuto, ci viene riconosciuta.

Ma a questo proposito va detta innanzitutto una cosa. Noi non vogliamo un'autonomia regionale con la provincia di Trento. Ci spetta in base all'Accordi di Parigi un'autonomia solo per il Sudtirolo.

Ed oggi io vi dico che i parlamentari della SVP presenteranno prossimamente un disegno di legge con il quale al popolo sudtirolese verrà garantito la separazione dalla comune autonomia con il Trentino e una vera autonoma potestà legislativa e amministrativa.

 

 

 

A questo punto il programma è delineato con il primo passo forse il più difficile, quello di troncare il legame con Trento. Anche in questo l'incapacità dei politici e degli analisti italiani di capire la SVP di Magnago fu clamorosa. L'autonomia di radice trentina aveva fatto ciecamente il gioco di chi a Roma voleva svuotare di contenuti reali alcune promesse contenute nell'accordo di Parigi. Di fronte alla ribellione bolzanina, si pensò a lungo di poter manovrare concedendo qualcosa, rinviando molto, lusingando inutilmente. Risultato: una diffidenza tanto profonda e incolmabile verso Trento da esser pari, quasi, a quella maturata dopo il ventennio fascista nei confronti di Roma. E c'è qualcuno a Trento che ancor oggi pare non essersene fatto una ragione.

 

Per Magnago comunque il discorso di Castelfirmiano è durato abbastanza. Ha sventato ogni tentativo di trascinare l'iniziativa SVP verso una guerriglia urbana, ha sostituito con un gioco di prestigio fatto di cifre e obiettivi concreti, il romantico “los von Rom” degli estremisti con un più diretto e possibile “Los von Trient”. Ora non gli resta che aggiustare il tiro nei confronti di Vienna, il terzo vertice del triangolo in cui si iscrive la questione altoatesina .immagini1

 

La tattica italiana nella politica nei confronti dei sudtirolesi – riprende l’Obmann - è quella del rinvio. Si pensa così di assopirci. Non ci dicono né sì né no. Temporeggiano in modo da non fare brutte figure all'estero. Anche di fronte alla proposta del Governo austriaco di istituire una commissione di esperti per esaminare il problema dell'Accordo di Parigi, vi fu il diniego del Governo italiano per il quale i contatti potevano essere proseguiti per normale via diplomatica.

Se l'Italia però crede di assopire in questo modo il nostro spirito nazionale, dovrà ricredersi. Più la questione verrà rinviata e più rumorosi diverranno i sudtirolesi.

 

Con l'occasione vorrei pregare i dirigenti austriaci di agire con ancora maggior energia per l'attuazione dell'Accordo di Parigi e di non lasciarsi mettere nell'angolo. Essi dovranno condurre le trattative ad un risultato oppure scegliere un'altra strada. Gli austriaci non debbono lasciarsi abbindolare dallo charme dei politici italiani.

 

Tuttavia cari sudtirolesi , anche noi non dobbiamo contare troppo su aiuti esterni. Contiamo invece su noi stessi. Se per primi non siamo disposti a impegnarci, non abbiamo il diritto morale di chiedere aiuto al'esterno. Il Tirolo vivrà fino anche ci saranno tirolesi nel Tirolo. Noi e i nostri discendenti dobbiamo restare buoni tirolesi.

 

E' l'ultima raccomandazione di Magnago, ma non meno essenziale delle altre. Il rapporto con l'Austria dev'essere stretto sin dove possibile ma mai subalterno. A comandare le danze, nella visione dell’Obmann, dovrà sempre essere Bolzano. A Vienna il compito di intervenire, di far valere sulla scena internazionale, leggi ONU, o nei rapporti bilaterali con Roma il peso dell'indipendenza appena riconquistata nel maggio 1955 con la firma del Trattato di Stato, che ha messo fine alla lunga occupazione postbellica. Da Vienna come da Innsbruck, Magnago non prenderà ordini, così come non intende subire pressioni di Trento o Roma. Anche la sottovalutazione di un simile grado di indipendenza costituirà un punto di debolezza in chi lo dovrà affrontare al tavolo delle trattative.

 

Le ultime frasi del discorso di Castelfirmiano sono coerenti con ciò che le ha precedute.

 

In verità non abbiamo alcuni fiducia nell'Italia. Non vogliamo operò guardare al passato, ma guardare in avanti, se vogliamo diventare buoni europei. Assolveremo pienamente alla nostra funzione di europei se la eserciteremo nella consapevolezza della nostra identità di popolo.

Eppure il Governo italiano potrebbe conquistarsela, la nostra fiducia, ma non prendendosela comoda, ma sedendo con noi ad un tavolo e costruendo una testimonianza concreta di fiducia con l'attuazione dell'autonomia.

 

Nel bilancio statale italiano sono iscritti 600 milioni destinati alla “salvaguardia dell'italianità nelle zone di confine”. Uno Stato che ha assunto obblighi internazionali nei confronti di un gruppo etnico, ma che ha ogni anno nel suo bilancio un simile impegno finanziario, non può esprimere un vero spirito europeo e non può meritarsi la nostra fiducia. L'Italia deve destinare questa somma, o una ancor maggiore, ad un altro scopo: per la protezione e la difesa delle minoranze nelle zone di confine. Così l'Italia potrebbe dar prova di aver affrontato seriamente il problema della tutela delle minoranze.

 

In conclusione vi chiedo di lavorare e impegnarvi sempre per la Heimat.

Dovremo rammentare a lungo questa manifestazione. E' stata bella, tranquilla, disciplinata. Ci siamo guardati in volto e ora andremo a casa con forza e coraggio rinnovati. Dovremo lavorare sempre più per la nostra bella HeimatMagnago

 

Così l'Obmann congeda il suo popolo in un pomeriggio di novembre del 1957. Se ne vanno tutti a casa, passando tra le forche caudine dei controlli di polizia. Non succede nulla ma tutto deve ancora succedere. Molto è scritto tra le righe del discorso appena pronunciato: le trattative, prima infruttuose, poi più concrete con la “Commissione dei 19” . Altro è nella mente degli estremisti, che per quel giorno devono rimettere nello zaino i propositi di rivolta. Si faranno sentire anche troppo negli anni successivi.

 

E mentre il popolo sudirolese sfolla lentamente, non è difficile immaginare l'ansia l'inquietudine, la difficoltà di capire degli italiani che osservano dal capoluogo-roccaforte. Per loro, in quei giorni e dopo, Magnago fu solo un simbolo negativo, uno spauracchio, colui che per lunghi anni ad esempio non concesse mai un'intervista al principale quotidiano italiano della provincia . Poi con la seconda autonomia già compiuta l’Uomo di Castelfirmiano assunse anche nel mondo italiano una veste diversa. Il grande nemico, divenuto il grande vincitore, assurgeva a icona anche per coloro che poi alle elezioni bruciavano la scheda sulla fiamma missina.

Da tutta Italia arrivano giornalisti che criticavano in toni a volte truculenti l'apartheid altoatesino, ma poi si lasciavano irretire in una di quelle interviste chilometriche, che iniziavano regolarmente con Magnago che si schermiva affermando di aver poco da dire e terminavano qualche ora più tardi con l'ultimo foglio di taccuino riempito.

 

Solo lo spazio di vent'anni nel quale la questione altoatesina è uscita del tutto dal novero delle questioni di interesse nazionale (e non solo a Roma ), ha impedito che la morte di Magnago divenisse un avvenimento di rilievo nazionale. Il Padre della Patria è sopravvissuto al proprio mito e ciò non gli ha risparmiato qualche piccolo oltraggio. Non intendiamo quello di ha fatto debita assenza alle sue esequie, rivangando antichi rancori. C'è da pensare piuttosto a chi, approfittando proprio di un distacco così lungo dalla vita pubblica ha cercato in morte di scambiare Silvius Magnago, classe 1914, con qualcosa che in vita non era stato, non avrebbe voluto essere.

L’aver tentato di collocare Magnago assieme ad Alex Langer su un grottesco altarino votivo dell’autonomia, aver parlato del vecchio Obmann come di un “pasdaran” della convivenza, significa non aver capito nulla per l'ennesima volta, della storia di un avvocato dell'800, catapultato nei vortici del '900,deciso a conquistare per la sua gente, e solo per la sua gente, uno scudo quando più robusto possibile per sfuggire agli effetti di un'annessione mai voluta, mai capita mai accettata.

Tutto il resto è equivoco.

 

 

 

(*) Questo contributo è stato pubblicato con il titolo "Del perchè gli italiani (e qualche sudtirolese)non hanno capito Silvius Magnago", in forma solo lievemente diversa, sull’annuario 2011 di Politika – Casa editrice Raetia. A quella pubblicazione era aggiunta una nota bibliografica.

 

 

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